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Tartufo low cost: che vini abbinare ?

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Uno dei principali paradossi del gusto è il tartufo: un tubero, tagliato in poche e sottili lamelle, capace di cambiare carattere, intensità e persistenza gusto-olfattiva ad alcuni dei più semplici piatti, trasformandoli da pietanze della cucina quotidiana a portate che in qualunque trattoria di campagna vi costeranno anche di più di una proposta frutto della cucina creativa di uno Chef stellato.

Allora – non me ne vogliano i tanti ristoratori che ci devono campare – ma fra spendere 18 euro a persona per un uovo al tegamino e magari anche qualcosa di più per un piatto di tajarin o una fonduta, o comprarsi da soli un tartufo e poi farne abbondanti grattate su uova o tajarin freschi che anche a casa vostra dovreste essere in grado di cucinare in maniera dignitosa, allora tutta la vita io sono per l’opzione due: in questa maniera con quello che al ristorante spendereste per una sola portata, riuscirete probabilmente a farci un’intera cena.

Anche perché – aspetto non secondario visto che poi col tartufo non ci berrete un San Crispino – quanto dovreste ulteriormente spendere a cena fuori per abbinare un vino dignitoso?

chateau de rochemorinPer esempio lo Chateau de Rochemorin del 2004 che ho aperto stasera, un bianco di Bordeaux della denominazione Pessac-Leognan, prodotto da Andrè Lurton, vino che direttamente in cantina avrò pagato al massimo 15 euro, non è che magari in quanto vino francese, invecchiato di nove anni, con una adeguata intortatura di lazzi & mazzi, al ristorante me lo avrebbero fatto pagare 50 euro oltre a quelli da aggiungere a ogni grattata?

Comunque, che siate per la tartufata low cost o invece per il pranzo milionario al ristorante, in ogni caso col tartufo la regola è una sola: il vino deve essere di intensa aromaticità e di persistenza gusto-olfattiva infinita … per esaltare al meglio le caratteristiche del tartufo stesso, che non ha invece particolare struttura. E quindi quest’ultima sarà direttamente connessa al piatto sul quale avrete aggiunto la grattata.

Che bello, una volta tanto c’è spazio sia per i vini bianchi che per quelli rossi, così che il gusto personale non debba sentirsi sacrificato da regole scritte da altri.

Partiamo dal piatto più semplice, ma anche più affascinante della degustazione, per come sa trasformarsi grazie a una semplice grattata di tartufo bianco: un uovo al burro (non usate l’olio in questo caso, mi raccomando) al tegamino

Il tartufo utilizzato proviene dall’area di San Miniato, colline toscane, certo meno pregiato e aromatico di quelli di Langa, ma d’altronde il post si intitola low-cost mica per niente.

Alla tendenza dolce e grassezza della portata, dopo un’abbondante grattata (mi raccomando, non fate i tirchi) si vanno ad aggiungere aromaticità e persistenza gusto-olfattiva pressochè infinite (se non vi hanno venduto una patata al posto del tartufo): ecco che allora un vino bianco di grande aromaticità, morbido e persistente in bocca, come il Pessac-Leognan che ho aperto, diventa una festa.

Io comunque un vino rosso con un uovo, non ce lo berrei mai, tartufo o non tartufo, voi fate come vi pare.

Da una parte il tartufo, dall’altra complessi e intensi sentori terziari di questo sauvignon di buona qualità, ma non fra i Top della zona, affinato a lungo in barrique come si è soliti fare a Bordeaux anche coi vini bianchi: smalto, vernice, comunque sentori quasi da laboratorio, che poi lasciano spazio anche a una pungenza di stampo più minerale e vegetale, fino ad arrivare a una gradevole ed evidente nota di ananas e di fieno. In bocca morbidezza esagerata (non solo per via del legno, ma anche per i nove anni di vita), tanta struttura, ancora una sorprendente acidità (sempre per via dei nove anni), ma soprattutto una persistenza gusto-olfattiva che gioca con l’aromaticità del tartufo al chi esalta chi.

La serata tartufo prosegue poi con un altro classico: tajarin all’uovo, questi sì rigorosamente di Langa: il segreto dello Chef (Vale e chi se non lei?) sta nello sciogliere lentamente il burro in una padella appoggiata sopra il vapore dell’acqua in ebollizione: una volta sciolto il burro, si buttano i tajarin a cuocere per pochissimi minuti, per poi scolarli al dente lasciando un po’ di acqua di cottura prima di passarli rapidamente nella padella (aggiungendo un po’ di panna al burro), col fuoco al minimo.

Poi una volta nel piatto, una abbondante grattata di lamelle di tartufo (mi raccomando, non fate i tirchi): da accompagnare col vostro vino bianco particolarmente strutturato, già utilizzato per l’uovo al tegamino, che ha caratteristiche perfette anche per questi tajarin.

Per evitare campanilismi fra le nostre Doc e per dare libertà allo Chateau de Rochemorin che era chiuso in bottiglia oramai dal 2004, ho optato per il Sauvignon, ma cadreste comunque in piedi anche con un Soave Superiore Classico, un Verdicchio dei Castelli di Jesi Riserva, un Riesling di Langa o della Valle Isarco, etc etc etc.

Chiusura di serata spessa, in tutti i sensi, con una coppetta di fonduta bollente sulla quale prima di affondare il cucchiaio avrete proceduto a una abbondante grattata di lamelle di tartufo (mi raccomando, non fate i tirchi).

Anche questo è un piatto di semplicissima realizzazione: basta comprare la fonduta in un supermercato (meglio se di qualità…) e poi lasciarla lentamente stemperare in un pentolino caldo!

Qui l’abbinamento del vino si fa virtuale perché per evidenti motivi di resistenza umana, non ce la siamo sentita di aprire una seconda bottiglia.

Con la fonduta ci avrei invece bevuto un vino rosso: un piatto che aldilà della evidente aromaticità è anche così strutturato che lo sto sentendo ancora adesso mentre scrivo. 

Non certo un vino rosso qualsiasi, ma qualcosa di raffinato ed elegante come un Barbaresco, o al più un Pinot Noir.

Quando invece il tartufo accompagna carni rosse, che si tratti di selvaggina o di un filetto in crosta, il vino sarà naturalmente sempre rosso e morbido, di struttura e di grande evoluzione: insomma, l’occasione giusta per quel Barolo che avete lì in serbo …

Anche se poi a me personalmente sembra quasi uno spreco grattare tartufo bianco (mi raccomando, non fate i tirchi) su piatti di carne che hanno già una loro struttura importante: se proprio deve essere, magari andiamo di Truffe du Perigord, dai più noto con il termine di tartufo nero.

Viaggio semiserio all’interno del Blog

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Sottotitolo: ovvero come fare un blog sul vino e essere letti per la pizza 

Quando ho pensato a un blog come luogo virtuale dove organizzare e conservare qualche pensiero sparso sui vini bevuti e sui produttori – argomento politically correct che non avrebbe nuociuto alla mia immagine” (ma quale?) –  ero pienamente consapevole che tale attività sarebbe stata funzionale a non perdermi negli anni i ricordi e le emozioni di qualche bottiglia aperta, di serate condivise, di produttori incontrati, senza alcuna velleità di potermi considerare Blogger con la B maiuscola.

Sapevo cioè che sarebbe stato come scrivere i miei appunti e i miei ricordi sul muro del bagno di casa sia per l’interesse degli argomenti che per il numero di possibili lettori, col vantaggio però di non trasformare il bagno in un sottopasso ferroviario pieno di graffiti e di obbligarmi a usare metodo per archiviare i pensieri.

E così è andata perché come avrete visto non sono diventato la Julie Powell del film Julie & Julia.

Oltretutto  - come capita a buona parte di quelli che “aprono” un blog per scrivere di cose che interessano a sè e non agli altri – i buoni propositi di aggiornarlo con una certa frequenza e non una volta ogni due mesi poi  rimangono tali, perché la quotidianità ti porta a lasciare indietro decine e decine di occasioni in cui avresti di che scrivere, che prima rimandi e poi non fai proprio più perché hai perso l’attimo.

Quindi mi sento di tranquillizzare il mio lettore occasionale sul fatto che apro molte più bottiglie e bevo molti più vini di quelli che poi racconto.

Questa premessa per dire che in verità  il mio bagno di casa è frequentato più di quello che immaginavo: i 20.000 passaggi di questi mesi hanno messo a repentaglio le condotte idrauliche, anche se bisogna ammettere che nella maggioranza dei casi sono visite giusto per una pisciatina veloce e via.

Come faccio a saperlo?

Me lo dicono le statistiche, argomento tabù per chi coi social network vorrebbe viverci: io, che non ho spazi pubblicitari da vendere (quello mi tocca già purtroppo farlo di mestiere), invece posso permettermi di scherzarci sopra e di canzonarmi per i miei insuccessi.

Le statistiche sono quella sezione a cui accedono gli amministratori di un sito col timore (e in molti casi la certezza) di sentirsi come la particella dell’Acqua Lete (ehi, c’è nessuno?), anche se non ammetteranno neanche in punta di morte che quell’unico contatto registrato ogni giorno possa essere quello della mamma, la sola a leggerli e a commentare, come capitava a Amy Adams nella sua interpretazione di Julie Powell nel film sopra citato.

Nel mio caso, avendo la mamma che non sa usare un PC, devo quindi sentirmi soddisfatto del fatto che col blog alla fine ho avuto più lettori (non tanti) di quanti ne avrei avuti scrivendo solo sulle pareti del bagno.

Se poi quelle 20.000 pagine le spalmo giorno per giorno, riesco persino a emozionarmi al pensiero che mentre io sto facendo tutt’altro e magari sono settimane che nemmeno mi ricordo di avercelo un blog, c’è invece qualcuno che ogni giorno viene a farmi visita, per leggere qualcosa che ho scritto mesi prima, praticamente il blog che diventa una specie di memoria eterna tramandata ai posteri.

Come è cambiato il mondo: i giornali, una volta letti, il giorno dopo finiscono nel cassonetto della differenziata, e solo nel caso che vengano usati per avvolgerci le uova fresche, potrebbe esserci la possibilità che qualcuno legga un articolo scritto anni prima.

Io peraltro comprerei le uova fresche solo per quel piacere di ritrovare notizie di vent’anni prima.

Il blog invece va pensato come un rubinetto che perde in eterno: goccia dopo goccia, arriverà lentamente a riempire la tinozza, perchè anche il contenuto più vecchio, è comunque attuale per qualcuno che proprio quella informazione stava cercando.

Già, perchè nel mio caso – a differenza dei veri blogger che hanno un pubblico di lettori affezionati (a essere ottimisti e a non rovinare amicizie e parentele io forse sono seguito da 1 o 2 persone) – la mia è utenza di passaggio, cioè scrivo per dei perfetti sconosciuti che non sanno chi sono e cosa faccio (beati loro), ma che arrivano da me esclusivamente grazie ai motori di ricerca.

Cioè quei siti come Google che indicizzano i contenuti del blog, senza stare a sindacare sulla qualità o meno degli stessi, aiutati in questo lavoro anche da quelle paroline chiave (i famosi tag) che chi scrive associa ad ogni articolo a seconda degli argomenti trattati.

E così, come per magia, ogni giorno un mio articolo scritto chissà in quale occasione viene letto da qualcuno nel mondo: carino, no?

Non potete poi immaginare come ci si può sentire  quelle volte (poche a dir la verità)  in cui io stesso, trovandomi a googoleggiare (che orribile neologismo) alla ricerca di informazioni, vedo comparire il mio blog maxwine nelle prime due o tre pagine della ricerca, insieme ai nomi più altisonanti della bloggeria italiana: da farsela addosso!

Ma aldilà dell’aver lasciato scritto  con questo post ai posteri (ops, gioco di parole) che ho persino qualche lettore, l’argomento che volevo trattare era condurvi in un viaggio dietro le quinte del blog, per svelare quali sono le informazioni che l’uomo medio della rete cerca prima di finire a leggere un mio articolo.

Dico uomo medio della rete (una sorta di casalinga di Voghera della comunità virtuale) perchè è lui il mio lettore e non l’esperto appassionato, intanto perché ne sa ben più lui di me quindi non verrebbe mai a leggermi, e poi perché il mio piacere è quello di cercare di trasmettere passione e anche qualche nozione a tutti coloro che apprezzano semplicemente la filosofia del bere bene.

Provando a raccontare il lavoro di uomini e donne speciali che tutti i giorni interagiscono con la natura per offrirci quello che non a caso è stato definito Nettare degli Dei. Che è poi anche quello che cerchiamo di fare con l’associazione culturale Viva il Vino.

Intanto, pur scrivendo solo in italiano (quantomeno provandoci), fra i 20.000 approdi alle mie pagine, ci sono le provenienze più improbabili: che Svizzera, Germania e Stati Uniti facciano registrare i maggiori accessi dopo l’Italia ci può stare, ma che io abbia avuto persino un accesso da Macao, dal Bahrain, dalla Jamaica, da El Salvador e dallo Sri Lanka, mi fa veramente sorridere: chissà cosa cercavano!

Venendo invece alle paroline magiche (i tag) che ho introdotto per accalappiare lettori, se è pure vero che la miglior performance la fa registrare il termine più scontato, cioè la parola VINO, è però interessante scoprire che sul podio si piazzano nell’ordine VINO BIANCO e SOAVE, quasi come se dai tag emergesse il mio gusto personale.

Ne saranno fieri Suavia, Pieropan, Nardello, Portinari, tanto per citare alcuni dei migliori produttori di quella zona, di  cui ho qualche bottiglia in cantina.

In verità, se io analizzassi invece parole similari (es. pizza, pizzeria, migliori pizzerie, pizza più buona), sarebbero questi i tag  con le migliori performance.

La prova del nove arriva andando a scoprire quale è stato l’articolo finora in assoluto più letto: “Le pizze più buone, un giro d’Italia fra le migliori pizzerie da Torino a Napoli”.

Ma come, fai un blog sul vino e registri l’interesse maggiore per un articolo sulla pizza? Ridete, ridete pure…

Tanto per cominciare il sottotitolo del mio blog è appunti dedicati a chi ama bere e mangiare bene e poi è comunque una soddisfazione per chi come me considera la pizza il suo piatto preferito: perché con quel mio giro d’Italia magari qualcuno in più si sarà convinto che non basta dire pizza, ma che c’è pizza e pizza. E magari grazie a quell’articolo qualcuno ha scoperto posti che non conosceva per godersi l’emozione del mangiare una Pizza con la P maiuscola, altro che Trip Advisor …

Il bello della rete è anche lo scambio: grazie ad alcuni degli stessi lettori del mio post che a loro volta hanno commentato, ho potuto persino scoprire nuove pizzerie straordinarie, come Libery a Torino (Via Legnano 14), con il Maestro Pizzaiolo Fiocco, diventata ora il mio nuovo posto del cuore .

Per fortuna pizza a parte, contenuto di quelli che può perdere d’attualità perché non è detto che un locale resti straordinario in eterno, l’altro articolo di grande successo del blog è invece “Bere vino sì, ma con moderazione”, dove ho provato a fare chiarezza fra falsi miti e tristi verità su cosa comporta bere vino, ovviamente senza alcuna velleità scientifica.

Ci sono divertimenti più sani che ubriacarsiIl fatto però che quell’articolo abbia così tanti lettori va interpretato come un segnale positivo: se l’uomo medio della rete si interroga su quanto si può bere senza danni, significa che il cammino lungo e faticoso per cercare di educare a bere bene preferendo la qualità alla quantità è cominciato, anche se resta ancora tanta strada da fare.

Se poi anche solo uno fra quelle migliaia di lettori avrà cambiato le sue abitudini nell’approccio al vino, vorrà dire che nel mio piccolo potrò dire di aver contribuito a fare cultura ed educazione, che poi sarebbe la vera mission del sommelier.

Sul gradino più basso del podio troviamo invece l’articolo “Che vino bere con il dolce?”, altra domanda che evidentemente in rete ci si pone più spesso di quello che si dovrebbe, non essendo così scontato ciò che io ribadisco in ogni occasione possibile: col dolce si beve solo vino dolce. Senza se e senza ma.

Considerato infine che in graduatoria si piazza bene anche il post intitolato “Il vino e la Raclette”, le conclusioni che si possono trarre è che l’interesse del consumatore medio (che non dimentichiamoci che è poi colui che fa gran parte del mercato coi suoi acquisti) è ancora rivolto ad argomenti molto più generici:  la ricerca di informazioni su una specifica etichetta o azienda sono numericamente inferiori e riguarda i più appassionati:  chissà se  ogni tanto ci pensa anche chi di professione dovrebbe saper fare comunicazione, anzichè continuare con questi eventi del vino solo per adepti che tengono lontano il consumatore medio, il quale non accrescerà mai la propria cultura e conoscenza e non potrà mai essere in grado di distinguere cosa è la qualità. Il classico cane che si morde la coda.

Giovanni FrozzaVenendo comunque ai produttori, nel caso del mio blog i vini per i quali le ricerche hanno portato più lettori sono il Prosecco Col dell’Orso di Frozza e l’Est!Est!Est! Selezione Vendemmiale di Vittorio Puri, due interessanti storie fra quelle che ho raccontato: evidentemente sono aziende per le quali c’è un certo interesse, ma di cui ne hanno parlato relativamente in pochi, così che i miei due articoli saltano fuori abbastanza in cima alla lista di chi cerca news su di loro tramite Google.

Da qui si evince una regola piuttosto chiara per il blogger: se volete ottenere più accessi, distinguetevi raccontando le storie di piccoli produttori poco noti. In tal modo non farete solo del bene ai vostri accessi che aumenteranno (di Gaja ne parlano già tutti), ma farete onore a ciò che realmente rende unica la storia enologica del nostro Paese.

Oltre che coi motori di ricerca, teoricamente a un blog ci si potrebbe arrivare tramite i social network: io per esempio condivido su Facebook ogni notizia che pubblico. Attenzione, non è tutto oro ciò che luccica, perchè è vero che su Facebook oramai c’è anche il portinaio che così si tiene aggiornato su cosa capita nel condominio senza neanche più stare a origliare, ma in realtà sono pochissimi quelli che approfondiscono gli argomenti andando ad aprire le decine di  link che ognuno quotidianamente propone. Ecco perchè non si deve fare l’errore di pensare che basti scrivere qualcosa su Facebook per avere dei lettori. Nel mio caso poi la differenza fra gli accessi da motore di ricerca o da social network è talmente elevata che praticamente si ha la consapevolezza di quanto poco freghi l’argomento vino a quelli che conosco e mi circondano.

Da pensarci ogni volta che aprirò una bottiglia da condividere con altri, meglio sempre avere un po’ di Tavernello in casa!

La parte più divertente  l’ho tenuta per ultima, a beneficio di chi ha avuto la pazienza di arrivare a leggere fin qui.

Cioè quali parole o frasi scrive l’uomo medio della rete per arrivare al mio blog.

E qui si scopre che Google è diventato oramai l’oracolo del nuovo millennio, a cui molti utenti rivolgono vere e proprie frasi di senso compiuto per cercare una risposta ai loro interrogativi quotidiani anziché inserire solo parole chiave di ricerca: non lo trovate buffo?

Purtroppo ora Google per motivi di privacy ha ridotto la comunicazione dei termini di ricerca, molti dei quali finiscono non si sa perchè nella categoria “Unknown search terms” e riducono così il divertimento del blogger.

Ma limitandomi ai termini finora letti e procedendo per argomenti, a questo punto è ovvio che le maggiori ricerche per arrivare a questo blog sono quelle in tema di pizza (es. le pizze più buone, migliore pizzeria a Torino, migliori pizze in Italia, etc). Me ne farò una ragione.

La seconda ricerca è invece quanto vino si può bere.

E qui la lettura si fa divertente, ma dà spazio anche a riflessioni sociologiche e sociali sul fenomeno dell’alcool: perché se taluni in rete cercano genericamente quanto vino si può bere al giorno, arrivando i più precisi a chiedersi quanti bicchieri, decisamente più preoccupante è il fatto che una delle ricerche più elevate pare essere  “bere una bottiglia di vino al giorno”, o “bere un litro di vino al giorno”, che scusate se lo ribadisco, ma non vi fa proprio benissimo!

Se non altro qualcuno alla ricerca ci aggiunge anche la frase “Fa male?” segno che perlomeno è sfiorato dal dubbio.

Ci sono poi quelli che si preoccupano per la linea con ricerche tipo: il vino fa ingrassare? (ebbene sì), quante calorie ci sono in una bottiglia, in un bicchiere, etc.

Fra le frasi che meritano la citazione  troviamo “6 bicchieri di vino a stomaco vuoto”, “bere vino ingrasso il fegato”, “quanto vino bisogna bere al giorno” (non è che sia proprio un obbligo, al limite è un piacere), mentre decisamente allarmante è  “bevo 2 litri di vino al giorno”.

Infine, come accennavo in precedenza, ci sono quelli che con Google ci parlano: ecco allora che c’è chi scrive “se si beve quando si mangia 3 bicchieri di vino fa male al fegato”, “quanti bicchieri di vino si possono bere per guidare” (pochi, te lo assicuro), “quanto vino si può bere al giorno per non far male?”, “si può bere champagne con i dolci”, “quando un vino rosso può definirsi equilibrato”, “come si chiama quella pianta che da sensazione del dolce” (questo probabilmente aveva fumato forte), ma la frase più bella è probabilmente “come diventiamo se incominciamo a ingrassare”.

Per fortuna fra i termini di ricerca compare anche chi cerca proprio maxwine, quantomeno un po’ di autostima mi resta e non decido di chiudere immediatamente il blog dopo quanto aver appreso sui miei lettori occasionali.

Fra i produttori più ricercati oltre all’inarrivabile Frozza e a Villa Puri medaglia d’argento, compaiono spesso anche Daniele Coutandin, produttore del “Ramiè”, un vino “estremo” che si fa dalle mie parti, poi Flavio Roddolo, Franz Haas, Hofstatter con il Vigne S. Urbano, Cristoph Kunzli, Podere Fortuna, Rocche dei Manzoni Riserva Elena e il Cannonau Mamuthone di Puggioni.

tocchettiNon potevano mancare la “pipì di gatto” nel sauvignon (sarebbe pirazina comunque), poi quali vini da abbinare alla raclette, lo Stronzetto dell’Etna (vinello che Lucio Dalla faceva per sè e gli amici) e il filetto alla fassona impanato di Davide Scabin, di cui io ahimè io ho parlato non per aver assaggiato il suo, ma in occasione di un Contest di cucina organizzato dall’amica Marta a casa sua (e secondo me lo hanno fatto meglio loro di Scabin :-)).

E per chiudere questo viaggio all’interno del blog ho scelto “acidità del tavernello”, ricerca per la quale Google ha portato qualcuno a leggere maxwine: tiè, ben mi sta!

Torneremo fra qualche mese sul tema per commentare gli accessi e i termini di ricerca che nel frattempo saranno derivati da questo viaggio semi serio all’interno del blog: sono proprio curioso di vedere che effetti produrrà …

Uno Speziale vino di Enotria (Calabria)

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Calabria, detta Enotria, terra del vino, dal greco oinos (vino).

Sarà allora per le mie origini e per il sangue che scorre nelle mie vene che a un certo punto sono rimasto fulminato sulla via di Damasco della cultura enologica, facendo del piacere di bere un buon bicchiere una vera e propria passione.

In realtà dai tempi antichi a quelli moderni un po’ di cose sono cambiate e la Calabria oggi non rappresenta certo la punta di diamante dell’enologia nazionale, ma – come amo sottolineare ad ogni occasione – ogni regione italiana è comunque in grado di offrirci interessanti spunti per bere bene se solo si ha un minimo di curiosità.

E così, approfittando delle offerte speciali di Eataly per il suo compleanno, ho acquistato un pacco di fusilli del Pastificio Pisani di Corigliano Calabro (Cs) che tanto mi ricordano i fileja, quella straordinaria pasta fresca fatta in casa che sia mia nonna, sia la mitica Zia Rosina mi facevano arrotolandola sul tavolo di cucina intorno al ferro da calza.

E così è venuta anche l’occasione per scendere in cantina e stappare una bottiglia proveniente dall’ Enotria.

Non un Greco di Bianco, quello straordinario e rarissimo passito, di cui prima o poi vi racconterò da queste righe.

Bensì un altro acquisto di un tour enologico di qualche estate fa, fatto attraversando la zona di Cirò, che – con rispetto parlando – è comunque la Langa di Calabria.

Qui ero stato da Santa Venere, proprio nel comune di Cirò, un’azienda storica della Famiglia Scala, che possiede fin dal 1600 queste terre dedicate alla vite e all’ulivo.

Mi aveva accolto con tutto il calore e la passione che può avere un uomo legato alla sua terra e al suo lavoro un oramai stanco Federico Scala, orgoglioso di quanto aveva costruito quasi da solo a partire dagli anni ’60. Straordinario il suo olio extravergine che – mi raccontava con soddisfazione – era selezionato anche da alcuni blasonati ristoranti di Milano.

Ottima però l’intera produzione vinicola, all’impronta della viticoltura biologica e della sperimentazione, di poco superiore alle 100 mila bottiglie, dove da diversi anni la responsabilità – mi diceva Federico Scala – era passata nelle mani del figlio Giuseppe, che si avvale anche della consulenza di un enologo del calibro di Riccardo Cotarella, una delle star italiane.

Apprendo ora dal sito aziendale che purtroppo dal 2012 Federico Scala non è più fra noi e quindi è alla sua memoria e a quel sincero incontro di un giorno d’estate, in cui aveva trasmesso tutto il suo orgoglio per la mia terra d’origine, che voglio dedicare questo post.

Naturalmente il prodotto di punta dell’azienda è un Cirò Riserva, da uve gaglioppo, che io in realtà sto lasciando ancora affinare in cantina.

Invece con i fileja che Chef Vale ha saputo magistralmente interpretare in stile mediterraneo, servendoli con una salsa di pomodoro rivisitata con un filo di pesto, olive taggiasche, mozzarella, parmigiano, mozzarella, pepe e peperoncino, dopo un passaggio in forno di 15 minuti per creare una leggera crosta, ho voluto aprire un altro vino di Santa Venere, lo Speziale, da uve Marsigliana Nera, una delle tante chicche a me sconosciute nel mondo autoctono italiano.

E in effetti la sua diffusione è limitata alle province di Cosenza e Catanzaro, dove spesso è utilizzata in uvaggio per la notevole intensità cromatica che apporta ai mosti.

La famiglia Scala dal 2009 ha deciso di vinificarlo anche da solo, creando uno di quei vini assolutamente interessanti per tutte quelle occasioni in cui un bianco è poco e un rosso è troppo!

Lo Speziale, che conosce solo l’acciaio sia in vinificazione che nel breve affinamento di qualche mese, è un abbinamento validissimo con i nostri fileja piuttosto strutturati per essere solo un primo piatto, così come lo sarebbe probabilmente anche con un timballo di pasta e melanzane, con una parmigiana e persino con qualche piatto di pesce o con carni bianche.

Di un vivace colore rosso rubino con riflessi violacei che poi negli anni diventano granata (come quello del mio bicchiere che era del 2010), ha ancora delicati aromi di frutti di bosco prima di aprirsi e sfociare in qualcosa di più complesso come liquirizia, ginepro e persino cuoio e tabacco.

Ma è al gusto che si lascia bere ad ampie sorsate, accompagnando il nostro primo. Perché appare leggerino di struttura e ha dei tannini così fini che ti verrebbe voglia di definirlo un bianco mascherato da rosso. A prevalere sono così le morbidezze, ancor di più ora che questa bottiglia ha raggiunto i tre anni di affinamento e la sua piena maturità.

Un vino semplice e beverino, che Federico Scala mi fece assaggiare in pieno agosto dicendo: “Bevetelo d’estate, servito freddo, a 10°-12°”.

E in effetti non credo che fosse un’eresia, anche se questa sera l’ho apprezzato alla più calda temperatura dei rossi tradizionali.

Vino che rientra sicuramente in quella gradita cerchia del bere bene quotidiano a meno di 10€, ma che difficilmente riuscirete a trovare lontano dalla zona di produzione

Un vino speziale con i funghi

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Oggi dove tutto è veloce e dove non c’è spazio per le sfumature, a meno che non siano di grigio, diventa difficile per l’esperto di vino non passare per noioso quando l’amico di turno chiede: “con questo piatto che vino ci posso bere?” e si aspetta una sola risposta, immediata e secca, senza la lista di distinguo che invece segue.

Hai voglia a spiegare che non si può generalizzare per categorie (la pasta, il pesce, la carne, etc.) perché un piatto non è quasi mai la sola espressione di un profumo e di un gusto, ma è una complessa combinazione di tante sfumature.

Certo l’ingrediente principale conta, ma poi bisogna valutare con cosa è accompagnato, quali sono gli aromi, le spezie o i condimenti aggiunti, per non parlare poi del tipo di cottura e di come tutto insieme si esprime.

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E quindi chi non è appassionato si stufa affidandosi a quelle poche regole note a tutti: col pesce ci va un bianco, con la carne un rosso e così via.

Oppure si segue la regola più universale e democratica: siccome il gusto è soggettivo, con quel piatto ci bevo cosa mi pare!

Immaginando quindi che un giorno un’amica come Sabina vi porti un cesto pieno di funghi porcini appena raccolti, aldilà del pensare avercene di amici così, che vino abbinarci?

Bianco o rosso? Leggero o strutturato? Tannico o morbido?

I funghi capitano proprio bene per confortare il mio discorso perché la loro caratteristica inconfondibile è la esagerata e piacevole aromaticità che arricchisce piatti di ogni genere.

Ma poi la scelta del vino dipende dalla maniera in cui vengono preparati: unica regola fissa, deve essere particolarmente profumato per accompagnarsi all’intensità dei profumi dei funghi.

uova blogLa degustazione dallo Chef Vale è iniziata con una abbondante pioggia di lamelle sottili di porcini grattugiate crude sopra un fumante uovo al padellino: piatto semplice e delicato, ma di intensità aromatica eccelsa perché nulla più del neutro bianco d’uovo ricco di calore sa esaltare l’aromaticità dei funghi stessi.

E qui siamo quindi andati a nozze abbinandoci un bicchiere di sauvignon, ma sarebbe andato benissimo qualsiasi altro vino bianco particolarmente profumato.

Poi però come rinunciare a un’abbondante porzione di funghi impanati e fritti per la gioia del nostro fegato?

E qui siamo passati invece a un vino rosso, l’importante è che non si esageri con la struttura visto che i funghi sono un alimento delicato; meglio allora un vino morbido, non troppo tannico e che abbia soprattutto profumi intensi.

E’ stata davvero una scoperta piacevole quella del Verduno Pelaverga Speziale dei Fratelli Alessandria, produttori di grandi Barolo come il Monvigliero, ma fra i migliori interpreti assoluti del Pelaverga, antico vitigno autoctono del nostro Piemonte, circoscritto proprio alla zona del comune dove ha sede questa azienda agricola e cioè Verduno.

Essendo in Langa, per evidenti ragioni economiche la produzione principale da quelle parti è l’uva nebbiolo, ma qualche romantico come la famiglia Alessandria ha avuto voglia di impegnarsi per conservare un vitigno come il Pelaverga e regalarci un vino poco noto, ma perfetto per i nostri funghi fritti: fine, delicato e per nulla tannico, ha una aromaticità molto intensa fatta di geranio, rosa, ciliegia, ribes, teoricamente anche molto pepe, visto che lo hanno chiamato Speziale proprio per quello!

Non so se avremmo potuto trovare abbinamento altrettanto armonico bevendo vini più pregiati e costosi.

Taluni coi funghi probabilmente si sarebbero concessi un elegante barbaresco, che per l’importanza della struttura io invece abbinerei a funghi cucinati insieme a una carne rossa.

E poi non vi costerebbe certo poco come questo Pelaverga.

PELAVERGA blog“Verduno Pelaverga Speziale” 2011 dei Fratelli Alessandria (10,00 €)

Pubblicato su:

L’Eco Mese – Rubrica Lieti Calici – ottobre 2012

La mafia sbarca a Montalcino

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La notizia rimbalza sul web, dai blog dei superappassionati alle prime pagine dei quotidiani on line. A Montalcino, cuore della produzione toscana di eccellenza, la scorsa notte alcuni ignoti (?) sono entrati nella cantina Case Basse di Gianfranco Soldera e hanno aperto i rubinetti delle botti delle annate dal 2007 al 2012 che erano in affinamento, facendo di fatto defluire l’intera produzione nelle fogne.

Se per la maggioranza delle persone si tratta di una di quelle notizie lette di sfuggita fra un incidente stradale e una rapina all’ufficio postale, un atto vandalico opera di qualche cretino che non aveva altro da fare, sai che divertimento andare a svuotare le botti senza nemmeno bersene una bottiglia, per me è stata una deflagrazione che sconquassa l’intero settore del vino perché sarebbe come leggere che per fare un dispetto ad Alemanno è stato raso al suolo il Colosseo.

E in effetti la mafia non fece proprio così con l’attentato agli Uffizi a Firenze e quello a San Giovanni in Laterano a Roma nel 1993 per “avvisare” lo Stato che il 41 bis non era gradito?

Altro che atto vandalico a Montalcino come qualcuno ha scritto, questa è stata una vendetta in perfetto codice mafioso, che quindi non appartiene solo alla cultura di certe regioni del Sud, ma è uno stile che può trovare delle applicazioni perfette anche nel cuore della civilissima Toscana, quella Montalcino croce e delizia dell’enologia italiana visto che con questo episodio è tornata nuovamente nell’occhio del ciclone.

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Il Brunello di Gianfranco Soldera non è un vino buono e basta.

Io peraltro parlo senza cognizione di causa non avendo mai avuto la fortuna di assaggiarlo.

E’ uno di quei vini che per gli appassionati rappresenta il mito, per la gente normale la follia, visto che mediamente il costo di una bottiglia supera i 140 euro.

La produzione è limitatissima, parliamo di 15.000 bottiglie che ogni anno spariscono rapidamente sugli scaffali delle migliori enoteche e dei migliori ristoranti di tutto il mondo, vista la fama che questo vino ha raggiunto. Su una nota guida leggo che le bottiglie vengono vendute solo a chi è conosciuto personalmente dal produttore.

Che è diventato un personaggio cult, approdato nel 1972 a sudovest di Montalcino, dove su terreni incolti e abbandonati ha ripiantato la vite abbinando alla miglior tradizione contadina la tecnologia che solo la ricerca può dare.

Case Basse è diventata così un vero e proprio laboratorio frutto degli studi del terreno e della vite da parte dell’università di Firenze e Piacenza, ma non solo, perché da qui sono passati a collaborare i nomi più altisonanti dell’enologia italiana creando un protocollo produttivo unico.

E poi una centralina a controllare umidità e pioggia per stabilire la quantità d’acqua necessaria, coltivazione naturale senza concimi e diserbanti, i filari lavorati uno a uno a mano.

E in cantina, mentre molte delle grandi aziende del Brunello stavano a “taroccare” i loro Brunelli aggiungendo al sangiovese anche merlot e altri vitigni internazionali così da rendere i loro vini più morbidi, suadenti e subito pronti per i mercati internazionali che privilegiano questo gusto (la famosa Brunellopoli, scandalo scoppiato qualche anno fa), a Case Basse il Brunello viene invece vinificato in tini di rovere aperti, senza controllo delle temperature, né aggiunta di lieviti selezionati. Nessuna filtrazione e poi un riposo di almeno 56 mesi in grandi botti di rovere di Slavonia, altro che barriques, la stessa filosofia dei grandi Barolo dei tradizionalisti piemontesi impiegata per produrre un Brunello.

Ecco come nasce il Brunello più celebrato dalla critica.

E probabilmente proprio per questo, il suo produttore è anche il più invidiato, addirittura inviso e odiato per essere uno che a Montalcino ha voluto farla fuori dal vaso, in un ambiente dove la poesia e il fascino che il vino rappresenta per noi ingenui sognatori (che spesso rompiamo il porcellino per goderci una bottiglia speciale), si deve invece confrontare con la cattiveria e la cupidigia della razza umana che ha sempre sete di fatturato, successo e potere.

Forse è proprio per questo che mi fa male avere letto questa notizia, aldilà della perdita delle cinque annate, di cui tanto probabilmente non avrei mai bevuto nemmeno un goccio e che invece purtroppo per Gianfranco Soldera sono un capitale immenso perduto per sempre e un tempo infinito per ritornare su un mercato dove basta un attimo per essere dimenticati.

Mi fa male perché nella mia ingenuità l’immaginario del mondo del vino – fatto di quei produttori come Soldera che giorno dopo giorno hanno dedicato la loro esistenza per trasformare un semplice frutto della terra in qualcosa pieno di VITA che prima in botte e poi in bottiglia evolve, matura, diventa straordinario – era un mondo a sé dove non esistevano tutti quei mali che ci sono là fuori.

Per me entrare un’ora in una cantina e sentire il produttore che ti racconta la sua storia, spesso simile a tante altre perché poi non è che i percorsi di vita di questi uomini e donne siano molto diversi l’uno dall’altro, era un po’ come sentirsi raccontare la favola prima di addormentarsi: anche se la sai già a memoria, staresti ad ascoltarla all’infinito, prima di chiudere gli occhi felice.

Ora invece, dopo che a Gianfranco Soldera hanno fatto pagare il suo essere perbene facendo di una virtù una colpa, mi sarà più difficile pensare alla cantina come il luogo magico dove dimenticare le banche, la crisi mondiale, gli scandali, le tangenti, il postino che ti suona (in questo istante) con l’ennesima multa per finanziare lo stato e tutta la cattiveria che pervade il mondo.

Immagino un futuro fatto di vigneti dove nascono vini che valgono centinaia di euro a bottiglia e dove ora potevi passeggiare, invece circondati da filo spinato e con i vigilantes a fare la ronda, prima che qualche altro vandalo nottetempo si presenti armato di machete a tagliare le piante.

Immagino cantine dove affinano vini di valore protette da portoni blindati, telecamere di sicurezza e richiesta delle impronte digitali prima di accedere alla degustazione.

Perché se sono la stupidità, l’ignoranza, la cattiveria a farla da padroni, diventerà davvero impossibile proteggere uno dei pochi veri  patrimoni che sono rimasti al nostro ex Bel Paese. Se almeno la vite potesse crescere a latitudini dove vive gente molto più civile di noi italiani e invece, nemmeno quello, Madre Natura non lo consente.

Che le indagini individuino esecutori e mandanti sarà una magra consolazione, le bombe lasciano lacerazioni che vanno oltre i risarcimenti materiali e quella giustizia terrena che abbiamo voluto noi dove non stai in galera nemmeno se uccidi, figurarsi come ti punisce se apri il rubinetto di una botte piena di vino.

A Gianfranco Soldera e alla sua famiglia, che non conosco personalmente, va tutta la solidarietà della gente perbene che ancora ha voglia di indignarsi. A volte sapere di non essere da soli può aiutare a ricominciare daccapo anche quando le macerie che ti hanno distrutto dentro sembrano fardelli troppo pesanti da rimuovere.

Comprare ora bottiglie della Riserva Soldera per solidarietà verso l’azienda non servirebbe a nulla se non a fare la gioia dei commercianti che hanno la fortuna di averle.

Sarebbe fantastico invece se – sullo stile delle vendite in primeur dei grandi vini francesi che sono commercializzati prima ancora di nascere, quando l’uva è ancora sulla pianta – la prossima annata venisse venduta adesso e che tutti gli appassionati acquistassero una bottiglia del Brunello 2013 che deve ancora persino germogliare.

Una sorta di edizione speciale che sarebbe pronta probabilmente nel 2018 e che però avrebbe un sapore davvero speciale per chi con questo gesto vorrebbe semplicemente dire a quelli come Soldera: non mollare mai!

Dieci Nebbiolo indimenticabili

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Dieci nebbiolo per me posson bastare …
Dieci nebbiolo cosi’ che dicono solo di si’.
Vorrei sapere chi ha detto che si può viver senza te, che dei vitigni sei il Re…
Matto, quello e’ proprio matto perche’ forse non sa cosa si è perso!

Ci voleva uno dei più grandi e indimenticabili miti della musica per aiutarmi ad aprire il racconto della serata che ho tenuto recentemente con Viva il Vino, l’associazione culturale che ho il piacere di presiedere (pro tempore).

E a proposito di miti indimenticabili, al cospetto del Re dei vini forse solo il foglio bianco potrebbe descrivere in maniera perfetta le emozioni che i 10 nebbioli selezionati per la serata“Eleganza e storia nel bicchiere” ci hanno regalato nella nostra nuova puntata alla scoperta dei Vitigni Nobili.

 Sì, perché mi verrebbe da posare la penna e dire che alla degustazione del nebbiolo non c’è davvero nulla da aggiungere: hanno parlato a sufficienza loro, i dieci bicchieri protagonisti ed hanno fatto soprattutto poesia.

Bere il nebbiolo, come dice il giornalista e scrittore Andrea Scanzi, è subirlo, è esserne assoggettati. Da restare appunto senza parole in rispettoso silenzio.

Altro che il vitigno da cui i modaioli del vino rifuggono perché ritenuto sempre “troppo”: impegnativo, complesso, difficile.

La nostra serata credo abbia vinto questo stereotipo: perché malgrado la mezzanotte fosse oramai suonata da un pezzo, ogni bicchiere continuava ad avere cose sempre più interessanti da dire e nessuno sembrava intenzionato ad alzarsi malgrado l’ora tarda.

Eppure la nostra non è un’associazione di tecnici così preparati che se non gli dai quantomeno un nebbiolo o un pinot noir, non si siedono nemmeno al tavolo. Le nostre serate vogliono trasmettere emozione (e anche qualche nozione) a chi pensa che un bicchiere di vino buono sia un piacere irrinunciabile e vuole avere l’opportunità di constatare di persona cosa significa bere vini di qualità.

E proprio dalla parola emozione abbiamo cominciato, chiedendo a ognuno dei partecipanti di degustare tutti e dieci i nebbioli che avevano nei bicchieri solo sulla base delle emozioni che ognuno di quei vini a loro esprimeva, senza alcuna altra informazione e spiegazione.

Sveleremo dopo quale è stato il vino più emozionante.

Prima invece ci siamo dedicati a una full immersion di un’oretta per scoprire tutto o quasi di questo vitigno, dalle origini che risalgono ai tempi dei Romani descritte da Plinio il Vecchio, ai primi documenti che citano espressamente il nebbiolo a fine 1200 per arrivare poi alla svolta epocale del 1800 quando l’enologo francese Louis Oudart, collaborando con Cavour e con la Marchesa Giulia di Barolo trasforma un vino dolciastro e poco apprezzato come era il nebbiolo in un grande vino secco oramai diventato la bandiera della nostra enologia in tutto il mondo.

E qui c’è stata la sorpresa che ha reso ancora più unica la serata: fra i banchi in prima fila c’era infatti anche Alberto Arlunno, proprietario degli Antichi Vigneti di Cantalupo a Ghemme, nell’Alto Piemonte, dove il nebbiolo è di casa da millenni, che oltre che produrre grandi vini è anche un affabile narratore e che ci ha deliziati e devo dire in certi momenti persino incantati con i suoi racconti di uomo che vive in simbiosi con la vigna e con la cantina.

Evidenziate le caratteristiche principali del vitigno, che ha nella buccia poca materia colorante (ecco spiegato il colore così scarico e trasparente rispetto agli altri vini rossi) e tannino in abbondanza (ossatura indispensabile per lunghi invecchiamenti, ma ostacolo per i vini ancora giovani), abbiamo fatto un rapido viaggio virtuale a partire dalla viticoltura eroica della Valtellina e della Valle d’Aosta, dove le vigne si trovano lungo pendii scoscesi lavorati solo manualmente con tanta fatica, per poi passare alla enclave dell’Alto Piemonte, fatto di due Docg spesso sottovalutate ma di grandissimo pregio come Gattinara e Ghemme e di tante Doc poco conosciute da cui derivano vini straordinari: una su tutte, Boca.

Da queste parti il nebbiolo è meglio conosciuto come spanna.

Poi siamo scesi nel cuore del nebbiolo, il Roero e le Langhe, così vicine e così diverse, dove si concentra oltre il 70% della coltivazione italiana di queste uve e dove centinaia di aziende agricole hanno raggiunto dei livelli di qualità indiscussa.

Attenzione quindi a ritenere i vini del Roero o i Nebbioli Doc così tanto inferiori ai blasonati Barolo e Barbaresco, perché la sorpresa è sempre in agguato.

In queste colline sono le caratteristiche uniche al mondo del terreno e una combinazione positiva di altri elementi legati a clima, esposizione e latitudine, ad aver creato le condizioni per rendere ineguagliabile il nebbiolo.

Dopo una rapida conoscenza della zona delle due Docg in assoluto più importanti, Barolo e Barbaresco, con le loro sottozone, i famosi Sorì da cui provengono alcuni dei vini più importanti al mondo, abbiamo posto l’attenzione sulle tecniche di vinificazione.

Il nebbiolo è in effetti uno dei vitigni più difficili da coltivare e vinificare e quindi sempre attuale è la diatriba fra i produttori più tradizionalisti che non hanno timore di estrarre tannini e di lasciare maturare i loro vini nelle vecchie e grandi botti di rovere di Slavonia per lunghi anni, ben sapendo che il loro nebbiolo non sarà subito commerciabile e apprezzato dai consumatori e i produttori modernisti, che qualcuno ha definito i Barolo Boys e che invece ricorrono (e talvolta abusano) alle scorciatoie che la tecnologia enologica moderna offre per velocizzare i processi temporali necessari a rendere godibile fin da subito il nebbiolo.

Alla domanda fatta ad Alberto Arlunno se lui si senta tradizionalista o modernista, l’eloquente risposta è stata un ‘altra domanda: “Un nebbiolo pronto subito, sarà pronto anche fra vent’anni?”

E riflettendo su queste parole ci siamo finalmente dedicati ad approfondire la conoscenza dei dieci bicchieri che avevamo di fronte e che ci hanno riempito di emozioni.

Inutile ribadire che avevamo di fronte dieci fra i migliori vini prodotti da uve nebbiolo che si possono trovare sul mercato rimanendo in una fascia di prezzo umana: perché sappiamo tutti che ci sono anche bottiglie prodotte con uve nebbiolo che costano minimo dai 100 ai 300 euro l’una, però quelli sono vini per ricchi, bevuti da persone che il più delle volte non sono certo spinti dalle nostre motivazioni.

L’inizio è stato subito particolarmente gradevole con il Nebbiolo d’Alba Doc 2009 di Hilberg Pasquero, piccola realtà di Priocca nel Roero che conferma quanto detto sui vini di questo territorio: più morbidi e semplici, ma quindi anche piacevoli fin da subito. Così l’acidità e la vivacità del tannino non sono stati d’ostacolo all’eleganza, mentre la parte fruttata fatta di lampone e ribes è stata una delle più marcate di tutta la serata.

Stiamo parlando peraltro di uno dei vini più celebrati dalla critica nell’ambito della Doc.

Probabilmente il più pronto fra i vini della serata e non per nulla sono stati in molti a metterlo in cima alla lista delle proprie emozioni.

L’impatto olfattivo col vino successivo però ci ha portato in un’altra dimensione, fatta di note balsamiche, speziate, minerali, liquirizia. In bocca il vigore della struttura si percepiva tutto, ma in realtà l’eleganza di un tannino quasi vellutato mi ha portato a definirlo immediatamente un nebbiolo “femminino”, di quello che strizza l’occhio anche al gentil sesso che in genere privilegia vini più morbidi. E in effetti è proprio così che è definito da alcuni il Barbaresco, in questo caso si trattava del Sorì Paitin 2008 della famiglia Pasquero nel comune di Neive, altra piccola eccellenza di una delle due Docg più importanti del Piemonte, diciamo l’equivalente a Monopoli di Viale dei Giardini se il Barolo è Parco della Vittoria.

L’utilizzo di tecniche più moderne di vinificazione e l’affinamento in botti nuove probabilmente contribuisce a rendere anche questo secondo vino assolutamente già perfetto.

Al terzo bicchiere ecco presentarsi le grandi salite del nostro Giro di Nebbiolo, con il classico tappone di montagna. Sottobosco, fogliame, funghi, note di ciliegia sotto spirito. Il tannino più ruvido, un’acidità marcata, ma nel contempo quell’equilibrio dovuto all’eleganza e alla classe che si percepiscono nei grandi vini ancorchè giovani non poteva non farci pensare che a un Barolo. “Vorrei che i miei vini non fossero pronti mai” pare ami dire il produttore di questo emozionante Cannubi San Lorenzo Ravera 2008. Stiamo parlando di Giuseppe Rinaldi, uno dei nomi storici di Langa, uno dei personaggi più citati come esempio degli strenui paladini della tradizione. E d’altronde con lui e con le figlie Carlotta e Marta siamo alla quinta e sesta generazione di una storia cominciata a inizio ‘800 nel comune di Barolo con Battista Rinaldi e rimasta ancorata a una piccola realtà familiare nella terra invece dei fatturati milionari di chi produce centinaia di migliaia di bottiglie.

Bottiglia invece, quella di Rinaldi, che con la sua etichetta evoca il passato e quei sentimenti così carichi di emozioni per i quali non possiamo che essere felici di aver giudicato senza saperlo quel vino non ancora pronto rispetto agli altri, quasi come se quel bicchiere ci volesse invitare a pensare, ad aspettarlo.

Non per nulla la stessa bottiglia rimasta aperta, due giorni dopo era tutt’un altro vino, migliorato ulteriormente. Pensate che Rinaldi nelle grandi e vecchie botti di rovere della sua cantina questo vino ce lo lascia ben 42 mesi a maturare lentamente, vogliamo lasciarcelo noi almeno altri 15 anni in cantina?

Eppure, malgrado si tratti di un vino ancora così bisognoso di tempo, la stessa annata da noi degustata è finita pure nella speciale classifica dei migliori 50 vini italiani dell’anno, stilata di recente da un comitato di professionisti del settore fra i più qualificati, nell’ambito del Best Italian Wine Awards.

Dopo tanto Piemonte è stato il momento della Valtellina. Note dolci, da burro e marmellata, inconsuete nel panorama della serata, oltre a confettura, cioccolato e spezie dolci. Anche al gusto il vino appare più gradevole, con un tannino sicuramente fra i più levigati della serata malgrado la struttura possente.

E’ il Grumello Riserva 2007 di Aldo Rainoldi, prodotto solo nelle annate più favorevoli dalle uve raccolte nel più alto e impervio dei vigneti di questa affermata realtà di Chiuro, in provincia di Sondrio.

Molto famosi anche i suoi Sfursat, in particolare il Fruttaio Cà Rizzieri, che tuttavia per la speciale tecnica di vinificazione (gli sfursat fanno un appassimento prima della fermentazione) non avevamo ritenuto congruo presentare in questa serata di nebbioli più tradizionali.

Certo il Grumello in un contesto così austero ha un po’ disorientato la platea, preparata psicologicamente a vini meno facili. Qui le tecniche di vinificazione moderna e un affinamento in barrique di rovere nuove ne condizionano sicuramente il risultato finale.

Il mercato sicuramente apprezzerà un vino con queste caratteristiche, fra i tradizionalisti del nebbiolo qualcuno storcerà probabilmente il naso.

Si ritorna in Piemonte, ma questa volta nella zona meno nota per il nebbiolo, quella fra il novarese e il vercellese.

Siamo a Boca in provincia di Novara, in località Le Piane da cui prende il nome la piccola azienda di Christoph Kunzli, un’altra delle tante gemme della viticoltura italiana, che coi suoi vini ha contribuito non poco alla valorizzazione di questa minuscola e sconosciuta Doc.

Il vino che abbiamo scelto è l’omonimo Boca Le Piane 2007, costituito oltre che da un 85% di nebbiolo, anche da un 15% di vespolina, che aiuta a stemperare un poco la eccessiva acidità derivata dai terreni di questa zona.

Il colore nel bicchiere è il più carico, profumi eleganti ed evoluti, balsamici, una nota speziata, chiodi di garofano, una mineralità per nulla pungente, ma invece accattivante. In bocca il tannino evidente ma comunque levigato si accompagna a una piacevole morbidezza.

Altro vino quindi che dopo i 36 mesi in botte grande e l’ulteriore anno in bottiglia si presenta già in ottima forma, ma che potrà ancora migliorare nel tempo.

Facciamo solo pochi chilometri per finire a Gattinara, un’altra delle Docg meno note dove il nebbiolo può lasciare a bocca aperta.

Sicuramente ci è riuscito il Gattinara Riserva 2006 di Travaglini, azienda leader della zona, un vino prodotto solo nelle migliori annate e proveniente da uve selezionate. I profumi sono estremamente complessi: si va da una evidente mineralità derivata dai terreni del Nord Piemonte così diversi dagli altri, a sentori più erbacei, alla frutta in confettura, al tamarindo, al tabacco dolce. Al gusto prevale l’eleganza con un tannino già morbido, ma l’unicità rispetto a tutti gli altri bicchieri sta nella evidente sapidità nuovamente derivata dal territorio.

E anche questo vino, come il Barolo di Rinaldi, è nella lista dei 50 vini migliori d’Italia secondo la classifica di cui abbiamo parlato sopra, oltre ad essere da sempre fra i più celebrati dalle varie Guide.

L’ora si sta facendo tarda, ma i prossimi tre vini sono risultati al primo assaggio alla cieca fatto alle ore 21.00 i tre più emozionanti.

Siamo di nuovo in Roero, il colore nel bicchiere forse è il più tipico che ci si può aspettare da un nebbiolo, con il suo rosso granato tendente quasi all’aranciato. La bottiglia è un Mombeltrano Riserva 2007 di Malvirà, affermata azienda di Canale. Al naso si comincia con ciliegia e fragola, poi speziature dolci, liquirizia, legno bruciato. In bocca il tannino scalpita nella sua potenza, l’acidità non scherza, ma il vino è comunque equilibrato e lascia intravedere un grande potenziale.

Per la platea era stata la medaglia d’argento anche se i più ammettono che tutti i vini nei bicchieri nel frattempo sono molto mutati e quindi probabilmente muterebbero anche i giudizi se si tornasse a votare, a conferma di quanto aleatoria è una valutazione basata su emozioni d’istinto.

Non ci spostiamo di molto con il vino successivo, trasferendoci alle porte di Monforte, sul Bricco Appiani. I fans del nebbiolo e i lettori dei libri di Andrea Scanzi a questo punto avranno già capito che stiamo parlando di Flavio Roddolo, un vignaiolo come vorremmo che fossero i vignaioli nel nostro immaginario collettivo. L’ho sentito poche ore prima della serata al telefono per tentare ancora di averlo anche di persona e non solo coi vini, ma era appena sceso dal trattore approfittando degli ultimi caldi per muovere la terra, pieno di lavori ancora da fare prima che l’arrivo del freddo faccia calare il sipario per qualche tempo sulle Langhe. E d’altronde solo pochi giorni prima della nostra serata sarebbe dovuto andare a Roma a ritirare l’ambito riconoscimento dei Tre Bicchieri del Gambero Rosso, ma il pensiero di dover lasciare per due giorni i vigneti con tutto quello che resta da fare l’ha convinto a rimanere in Langa: altri produttori ci sarebbero andati a piedi pur di poter avere quel pezzo di carta da appendere in cantina.

Roddolo porta avanti l’attività quasi in solitudine, producendo un totale di 20.000 bottiglie e il vino di cui va più fiero è il Dolcetto d’Alba Superiore, impiantato lì in mezzo a quei terreni di Langa che valgono oro se coltivati a nebbiolo! Già questo la dice lunga sul tipo …

Gli abbiamo chiesto la scheda tecnica del vino in degustazione che a fine serata consegniamo ai partecipanti, ma non esiste, lui non ha proprio pensato di realizzarla così come ovviamente non vi possiamo linkare un sito web o altro!

Avremmo voluto proporre il suo Barolo Ravera, ma ne produce poche bottiglie, ha preferito inviarci un Nebbiolo d’Alba Doc 2007. Una guida lo ha definito un Barolo mascherato da Nebbiolo, pensavo fosse la solita esagerazione poetica, invece mi sono dovuto ricredere.

Di colore granato quasi aranciato, si presenta al naso particolarmente complesso e quasi indecifrabile, come se volesse nascondersi, schivo e sfuggente come il suo produttore. Violetta, balsamico, sottobosco, mora, terra bagnata, ma senza sentori realmente definiti. In bocca mi aspettavo altrettanta severità e invece siamo di fronte a un tannino super levigato con morbidezze evidenti.

Anche lui come Rinaldi i suoi vini li aspetterebbe in eterno perché non sono mai pronti, non crediamo gli possa quindi far piacere sapere che il suo Nebbiolo Doc era invece finito per la nostra platea sul gradino più alto del podio delle emozioni, quasi a volerlo smentire!

Il penultimo bicchiere ci riporta nell’alto Piemonte, dove oltre al Gattinara, c’è una seconda Docg più piccola e sempre prodotta da uve nebbiolo, il Ghemme.

E a rappresentare il territorio non potevamo che scegliere gli Antichi Vigneti di Cantalupo di Alberto Arlunno che ha voluto proporre il Collis Breclemae 2004. Da una selezione delle uve più mature, impiantate in un terreno ricco di minerali provenienti dai fondali del paleoceano Tetide che separava Africa ed Europa proprio ai piedi del Monte Rosa, come ci racconta lo stesso Alberto.

Al naso il vino si presenta generoso e inconsueto, austero con la sua speziatura e una mineralità unica che evoca persino gli idrocarburi, ma anche suadente con la frutta matura, more e ribes, in confettura e sotto spirito. Al gusto nuovamente una sapidità inconfondibile armonicamente bilanciata da una avvolgente morbidezza agevolata da un tannino piuttosto levigato.

E d’altronde era anche il vino più maturo fra quelli fin qui proposti, anche se i suoi otto anni lo rendono assolutamente ancora giovane, ma comunque già così suadente da fargli assegnare una simbolica medaglia di bronzo nella scala delle emozioni percepite dalla nostra platea.

Chiudiamo in bellezza con l’ultimo bicchiere, tornando ovviamente nel cuore delle Langhe, nel comune di Barbaresco dove la nostra selezione è nuovamente andata su una delle piccole realtà più significative per come intendiamo noi il mondo del vino, l’azienda Giuseppe Cortese di Piercarlo Cortese. Il Barbaresco Rabaja Riserva 2004 che nasce da uve selezionate nell’omonimo Cru, uno dei più noti della Docg, è anch’esso un vino d’altri tempi e non per nulla ha emozionato poco la platea al primo approccio, entrando invece fra quelli che “mamma mia come è cambiato rispetto a un’ora fa”.

Sentori di cuoio, balsamici, minerali, terrosi a cui poi si sovrappone la finezza della viola. E in bocca un’acidità ancora marcata e la possenza di un tannino comunque molto vellutato non solo ci dicono che questo vino avrà lunga vita davanti a sé, ma ne confermano anche una immediata piacevole bevibilità.

Un’altra di quelle bottiglie che bevute il giorno dopo sorprendono per come i nebbioli più grandi sanno nascondersi per poi rivelarsi soltanto a coloro che hanno avuto la pazienza di aspettare e la curiosità di non fermarsi alle prime apparenze.

E tornando a Camillo Cavour, figura così tanto associata a questo vitigno e ai suoi vini, è ancora Alberto Arlunno a regalarci il finale con le sue parole. Il conte nel 1845 (e cioè prima ancora che Oudart intervenisse a trasformare la qualità dei vini di Langa) scrivendo a un amico dichiarava: “Or dunque rimane provato che le colline del novarese possono gareggiare coi colli di Borgogna, e che a trionfare nella lotta è solo necessario proprietari che diligentino la fabbricazione del vino e ricchi ed eleganti ghiottoni che ne stabiliscano la reputazione”.

Era il 1845, non oggi …. E direi che nel mentre di proprietari che abbiano “diligentato” la fabbricazione stasera ne abbiamo individuato dieci sicuri, quanto ai ghiottoni, forse non saremo ricchi e nemmeno eleganti, ma faremo di tutto per continuare a stabilirne la reputazione!

 

Hamburger e Pinot Noir, slow food di qualità – L’Eco Mese, giugno 2012

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Ci sono cibi che sembrano fatti apposta per creare stereotipi, ci sono vini che sembrano fatti apposta per distruggere gli stereotipi!

Se per esempio dico hamburger ai più verranno in mente i fast-food, le carni macinate di scarsa qualità e provenienza incerta, colanti di formaggio fuso, annegate in salse come maionese e ketch-up, accompagnate da untuose patatine fritte, ma con sopra una misera fettina di pomodoro o foglia di insalata per dare un tocco di salutismo. Quello che in America chiamano Junk Food, cioè alimenti ad alto contenuto calorico, ma di scarso valore nutrizionale, quindi di bassa qualità.

E per non farci mancare nulla li accompagniamo a boccaloni di birra o peggio ancora a cartocci da mezzo litro di coca cola. Un quadretto calorico e poco salutista che ci fa pensare a tutto tranne che a una sana cenetta accompagnata da un piacevole vino.

E invece lo stesso quadretto lo possiamo ridisegnare in soli venti minuti circa, traffico permettendo, facendo diventare il vino grande protagonista. Come?

Si va in macelleria a comprare degli hamburger di carne bovina di razza piemontese, meglio ancora se proveniente da un Presidio Slow Food come La Granda, si passa in enoteca a comprare una bottiglia di Pinot Noir Meczan di Hofstatter (Alto Adige), si corre a casa, si apre la bottiglia, se ne versano uno o due bicchieri in un pentolino (dipende da quanti sono gli hamburger), si aggiunge un cucchiaio di fecola di patate, un cucchiaino di miele, una noce di burro e aromi a volontà: pepe verde e bacche di ginepro interi, timo, rosmarino e si mette tutto sul fuoco per uno-due minuti.

Il risultato sarà una squisita crema rossa che sembrerà marmellata, da versare in abbondanza nel piatto sopra gli hamburger nel frattempo cotti alla piastra o alla griglia.

E anziché le patatine fritte con le salse, coloriamo la portata accompagnandola con carotine tagliate a listelle sottili e passate in forno fino a diventare croccanti.

In pochi minuti abbiamo messo in scena un secondo piatto che ovviamente accompagneremo col nostro Pinot Nero usato per la salsa, vino dai profumi eleganti e delicati, con sentori di frutta rossa che ci fanno pensare al ribes, alla ciliegia, al lampone e raffinato anche al gusto ove emerge ancora una piacevole acidità e una persistenza aromatica che si fonde perfettamente coi gusti della nostra salsa.

Vino privo di spigoli e tipico esempio di quella finezza che rende i Pinot Noir (n.d.r. di cui abbiamo già parlato qui) inarrivabili fra i grandi vini rossi.

Premesso che la loro patria è la Borgogna, dove questo vitigno nobile raggiunge eccellenze non uguagliabili in nessun altra parte del mondo, la Borgogna d’Italia è però l’Alto Adige, dove il Pinot Nero ha trovato ottimali condizioni di vita grazie a un microclima e a un terreno molto simili alla Borgogna stessa e dove Hofstatter, produttore della nostra bottiglia, ne è uno degli interpreti più validi da diverse generazioni.

Siamo nella zona più a sud della regione, quella del lago di Caldaro, di Termeno, di Egna, tutte visibili dall’altopiano di Mazon che si trova sul lato Est della valle: è qui che si trovano i vigneti dei più importanti Pinot Noir italiani.

Ed è proprio da questi vigneti che provengono anche le uve con il quale si produce il Meczan che pur non essendo il Pinot più importante di Hofstatter (che produce anche il Vigna San Urbano, da viti che hanno anche 70 anni), è certamente un valido testimonial della qualità alto-atesina in fatto di vini.

Perfetto anche con primi piatti con ragù di carne.

Bere vino sì, ma con moderazione

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Un mese di dieta talebana  fra una pappetta, verdure e acqua a gogo (e la soddisfazione di sette chili in meno), ha fatto un gran bene al mio organismo violentato da anni di cattiva alimentazione, ma mi ha anche allontanato temporaneamente dal blog.

Magari i quattro lettori nemmeno se ne sono accorti di questa assenza, ma forse è il caso di tornare a scrivere qualche cosa di nuovo.

Anche perché la dieta mica è finita, la strada verso l’obiettivo finale è ancora lunga e faticosa!

Certo, qualche sera fa essendo relatore alla serata Riesling, in barba alla mia tutor (oramai se fai una dieta e non hai un tutor non sei nessuno!) ho riassaporato il piacere di degustare vini straordinari, ma quella serata ve la racconterò prossimamente, tanto ci ha già pensato Silvana, compagna di avventura nel tenere queste serate di approfondimento, a scrivere qualche cosa sul suo blog, uvAromatica.com.

E allora approfitto di questa mia pausa salutista per raccontarvi il vino da un’angolazione diversa, puramente nutrizionistica.

Perché fare educazione al consumo responsabile del vino dovrebbe essere compito di ogni sommelier, andando oltre la sola proposta dei vini imperdibili, che per quelli basta magari comprarsi una Guida.

L’idea per questo approfondimento mi è venuta non più di due settimane fa allorquando sono stato chiamato a partecipare a un dibattito da L’Eco Mese che prendeva spunto da un libro, la Casta del Vino, di cui nulla sapevo, scritto da due personaggi un po’ talebani che sono impegnati in una crociata anti vino e raccontano scenari nefasti per chi sta col bicchiere in mano, che ti viene da toccarti già alla prima pagina, il tutto condito da motivazioni supportate più o meno scientificamente.

E siccome ritengono che l’asserzione che il vino faccia anche bene sia in realtà frutto del potere della lobby dei produttori per poter vendere, da un po’ di tempo a questa parte stanno andando in pellegrinaggio per le librerie in tutta Italia a presentare il loro scritto.

Ora mi aspetto che qualcuno (se non loro stessi) scriva prossimamente anche la Casta del Formaggio, che coi suoi grassi di origine animale sappiamo essere intasatore di arterie e altra causa di morte, questa volta per infarto, tiè.

Comunque nel gioco delle parti, un libro anti-vino ci può anche stare fra i tanti che invece magnificano il Nettare degli Dei, quindi sorridiamo e andiamo avanti.

Tornando a noi, io resto dell’idea che bere vini di grande qualità sia uno dei massimi piaceri della buona tavola a cui non rinunciare.

Ciò però non vuole dire che vada fatto senza la consapevolezza di ciò che stiamo facendo, quindi ho provato ad approfondire alcune tematiche e cercherò di darvi dei numeri nudi e crudi affinchè il vostro possa essere davvero un bere responsabile aldilà delle tante ipocrisie e delle cortine di fumo che vengono spesso sprigionate per rendere il meno chiaro possibile l’argomento.

Perché io non produco vino né lo vendo, ma amo solo degustarlo, godendo peraltro delle splendide sfumature dei suoi colori e dell’incredibile spettro aromatico che può offrire al naso prima ancora di trangugiarlo come fosse coca cola, cosa che vedo fare ancora troppo spesso.

Il vino è un alimento non indispensabile

Intanto cominciamo col dire che il vino è un alimento, una bevanda prodotta dalla fermentazione alcolica del succo d’uva che grazie all’azione di lieviti e a particolari temperature trasforma gli zuccheri in alcol etilico e altre sostanze.

La principale di queste sostanze è ovviamente l’acqua (mediamente intorno al 85-87%), mentre il “nemico” della salute, l’alcol etilico o etanolo costituisce il 12-14%.

Poi ci sono una miriade di sostanze minerali, azotate, c’è glicerina, ma diciamo subito che tutti i principi nutritivi sono in percentuali così basse che non sono in grado di apportare alcun beneficio al nostro organismo.

Perché le vitamine o altre sostanze presenti nel vino possano davvero coprire i nostri bisogni bisognerebbe berne svariati litri al giorno, ma in questo caso l’azione dell’alcol etilico sarebbe devastante, quindi meglio cercare altre maniere per ingurgitare vitamine e minerali! Con buona pace di quelli che si scolano una bottiglia al giorno convinti di farlo per la loro buona salute, perché il “vino fa sangue”!

Quanto appena detto vale anche per il famoso resveratrolo, presente in buona quantità nella buccia dell’uva e quindi riscontrabile solo nei vini rossi per via della macerazione delle bucce. E’ un anti-ossidante, quindi anti-tumorale e anche un salva cuore, ma la quantità ingerita col vino è assolutamente modesta, per cui affinchè faccia davvero effetto, dovremmo bere forse venti litri di vino al giorno.

Meglio cercarlo altrove dunque, per esempio nel succo di mirtillo, o in qualche compressa di integratori!

Sul resveratrolo ci sono tanti di quei luoghi comuni che anche al corso AIS per diventare sommelier i relatori ci hanno voluto raccontare la favola del “paradosso francese” che piace tanto ai produttori e ai sommelier più ingenui.

In pratica si dice che i francesi pur mangiando burro e formaggi grassi hanno una mortalità d’infarto più bassa di altri popoli perché bevono vino rosso in maggiore quantità, da cui il famoso assunto che il vino fa bene al cuore, per la gioia dei produttori che devono venderne il più possibile. Peccato che nessuno aggiunga quanto alta sarebbe la quantità di vino da bere affinchè il resveratrolo faccia davvero effetto!

In conclusione, il vino è certamente un alimento non indispensabile, diciamocelo, come però tanti altri che fanno parte dei nostri usi e consumi alimentari. Se fossimo venuti al mondo per mangiare solo erba e verdure, allora mi chiedo perché anziché rimanere a quattro zampe, l’evoluzione della specie ci ha portato a ereggerci e a diventare bipedi. Sarebbe stato sicuramente più comodo rimanere in terra.

Una volta ammesso per onestà intellettuale che il vino non è indispensabile né insostituibile per la nostra alimentazione, vediamo allora quali ricadute alla nostra salute ne provoca il consumo, così che si abbia la consapevolezza di quali siano i limiti oltre il quale non è saggio andare.

Il vino fa ingrassare

La formula magica per sapere quanti grammi di alcol ci sono in un litro di vino è la seguente:

gradi x 0,8 x 10

Es. con un vino di 13°: grammi = 13×0,8×10= 104

Siccome ogni grammo equivale a 7 calorie, in quel litro ci saranno ben 728 calorie!

Ecco perché il vino può essere nemico delle diete!

Ok, diciamo che non tutti si bevono un litro di vino al giorno, però può essere prassi condividere in un pasto una bottiglia da 75 cc in due persone.

Se a fine pasto sarà vuota avrete pertanto ingerito  cadauno:

13×0,8×3,75= 39 gr. di alcol x 7 calorie = 273 calorie

che di per sé non sono così tante, ma che andranno sommate a tutto ciò che avrete mangiato mentre vi bevevate mezza bottiglia di vino.

Diciamo che si può fare, ma solo una volta ogni tanto.

Se invece ci limitassimo a un consumo più moderato bevendo due bicchieri a pasto (con 1 bottiglia = 6 bicchieri) avremmo 12,5 cc a bicchiere, quindi

13°x0,8×2,50= 26 gr. di alcol x 7 calorie = 182 calorie

E voi che venite alle nostre serate di degustazione dove assaggiamo in media 7 vini quanti grammi di alcol e quante calorie vi portate a casa?

Prove alla mano appena fatte i  7 campioni equivalgono a 30 cc. circa

Allora :

13°x0,8×3=31,2 gr. di alcol x 7 calorie = 218 calorie

In conclusione, secondo assunto: troppo vino può fare ingrassare!

Troppo vino danneggia il fegato e non solo

Calorie a parte, cerchiamo ora di capire cosa succede con i grammi di alcol appena introdotti nel nostro organismo.

Una volta ingerito,  l’etanolo arriva allo stomaco dove una alcol deidrogenasi (scusate, non ho trovato altro termine) fa da barriera all’assorbimento e ne riduce la quantità che va in circolo nel sistema.

Quest’enzima, fortunati noi maschietti, è presente in modo nettamente superiore nell’uomo: ecco perché la quantità di alcol etilico che una donna può assumere è all’incirca la metà di quella dell’uomo, in quanto la donna possiede una attività enzimatica che è la metà.

Dopo l’azione dello stomaco che ne elimina circa un 20%, il restante etanolo arriva al fegato dove anche qui il sistema enzimatico lo trasforma in buona parte in anidride carbonica e acqua.

In che percentuale è estremamente soggettivo in quanto dipende dal sesso, dal peso, dalle condizioni di salute, dal tipo di cibi presenti nello stomaco e anche dall’ora di assunzione: un bel casino insomma!

Non è dunque semplice estrapolare una regola generale per calcolare quanto etanolo resti nel nostro organismo: diciamo però che gli esperti mondiali di nutrizionismo e sanità per consumo moderato e quindi smaltibile senza danni intendono mediamente una quantità giornaliera di alcol etilico equivalente a 30/35 grammi per gli uomini e a 18/24 grammi per le donne.

Tornando quindi agli esempi fatti sopra, bersi mezza bottiglia di vino a 13° (39 grammi) è già quindi disco rosso per i maschi, ancor di più per le donne, mentre i famosi due bicchieri (26 grammi di alcol) lasciano tranquilli i maschi portando invece ancora fuori limite le femmine.

Ora sta a voi decidere se i due bicchieri vogliono dire solo uno a pasto o se invece, come io preferisco fare, meglio concentrarli solo a cena perché io a pranzo bevo raramente.

Anche la serata degustazione (31 grammi di alcol) resterebbe nei “limiti” per i maschi mentre le donne continuano a sforare i parametri.

Ecco che a questo punto deve intervenire il buon senso. Se la trasgressione non è la regola quotidiana, sforare i limiti senza esagerare è ammissibile e non ha conseguenze così terribili se non quelle provocate dai cosiddetti effetti a breve termine che alla peggio possono essere euforia, perdita dei freni inibitori, perdita del controllo, difficoltà motorie, etc.

In fondo stiamo bevendo vino, mica acido muriatico!

Ben diverso è quando il superamento dei limiti avviene sistematicamente, tutti i giorni o quasi: in tal caso i danni al fegato, allo stomaco, il rischio di disturbi gastrici, malattie cardiovascolari, tumori dovrebbero fungere da monito per i tanti che alla qualità preferiscono ancora la quantità.

Bere moderatamente (quindi nei limiti descritti sopra) comunque ha anche qualche effetto positivo per la nostra salute: sul sistema cardiocircolatorio per esempio una dilatazione dei vasi sanguigni che diminuisce i rischi vascolari. Il famoso bicchiere di vino a pasto consigliato da molti medici o esperti è pertanto assolutamente lecito in una alimentazione ritenuta sana aldilà del piacere di farlo, checchè ne dicano i talebani che scrivono libri e fanno crociate.

Quindi in poche parole possiamo concludere dicendo che se l’alcool forse fa bene al cuore, di sicuro fa più male al fegato!

Soffi qui, per favore

Oltre alla salute, poi ci sono i punti della patente da salvaguardare!
Negli ultimi anni, complici anche campagne mediatiche ricche di disinformazione,  l’etilometro è diventato il terrore non solo di chi eccede e diventa un pericolo per sé e per gli altri e quindi va punito in maniera esemplare (a quando, cari governanti, l’introduzione del reato di omicidio stradale?), ma anche di chi era abituato a bere due bicchieri di vino a cena con gli amici o al ristorante e ora ha il terrore di essere giudicato come il peggiore delinquente.

Al punto che il settore della ristorazione prima ancora della crisi e della recessione aveva già denunciato un drastico calo dei consumi di vino. A taluni sta anche bene visti i ricarichi che applicano sulle bottiglie, ma questo è un altro discorso.

Tutti conosciamo a memoria il famoso limite di 0,5 da non superare per non incorrere nella legge e essere pericolosi. Ma quello che non abbiamo mai realmente capito è cosa vuol dire in funzione di quanto possiamo bere e quindi nel dubbio molti si astengono completamente.

A quanto equivale quindi il limite 0,5 in grammi ingeriti di alcol e quindi come trasformarlo in bicchieri?

Il calcolo come già detto in precedenza non può essere aritmetico per via di tutti i parametri soggettivi, in particolare il sesso, il peso corporeo e la relazione con lo stomaco più o meno pieno.

E quindi ci limiteremo a fare comparazioni con la tabella teorica ufficiale emessa dalle Autorità.

Dove una unità alcolica vale per l’appunto i nosti 12,5 cc. che costituiscono un bicchiere.

Diciamo che a stomaco vuoto effettivamente non ci possiamo permettere un granchè: se non pesiamo più di 80 kg. un bicchiere di vino è quanto ci dovremmo imporre per non essere fuorilegge ma soprattutto pericolosi perchè con due rischiamo di essere già fuori dai parametri. Non so voi, ma effettivamente a me un bicchiere di vino fuori pasto fa girare subito la testa. Per le donne poi un solo bicchiere porta già vicinissimi al limite dello 0,5, quindi di berne due proprio non se ne parla.

Lo scenario è ben diverso se invece beviamo a stomaco pieno, che peraltro dovrebbe essere la regola.

Tornando agli esempi che hanno accompagnato questo mio racconto, ecco allora qualche sorpresa perchè la mezza bottiglia a testa (39 grammi) che troppo bene alla salute abbiamo visto non fare, in realtà potrebbe persino far restare nei limiti un uomo di almeno 75 kg., anche se consiglierei di non mettersi comunque subito alla guida.

Altro quindi che il terrorismo mediatico che ha portato la gente comune a non toccare un goccio di vino per paura di perdere la patente.

Chi supera di gran lunga lo 0,5 è perchè ha davvero esagerato ed è giusto allora che venga punito severamente perchè con la vita degli altri non si deve scherzare.

Bere però due bicchieri in un pasto, cioè un quarto di litro di vino, non solo abbiamo visto rientrare in uno stile di vita ritenuto ancora sano dagli esperti nutrizionisti, ma ci fa stare tranquilli con l’etilometro anche se siamo supermagri. Le donne invece hanno bisogno di almeno 55 kg. per stare traquille: sotto quel peso secondo le tabelle arriverebbero molto vicine allo 0,5. Una volta tanto almeno un vantaggio per le fanciulle con qualche chiletto di troppo!

Infine resta da dire che tali valori si riferiscono a un’assunzione di alcol entro 60 minuti, dopo di che la curva diventa in discesa e la percentuale di etanolo nel sangue diminuisce in maniera sensibile. Lo so che chiacchierare davanti al bicchiere vuoto non è il massimo, ma se prima avete già bevuto troppo, godetevi più a lungo la compagnia e fate passare un po’ di tempo prima di mettersi al volante o meglio ancora fate guidare qualcun altro.

Ricordo una serata a casa mia non troppo tempo fa dove effettivamente avevamo esagerato (il colpo di grazia fu un Barolo chinato di Conterno non in vendita, ma imbottigliato solo per gli amici) dove per smaltire l’alcol gli ultimi andarono via che erano oramai le tre e mezza …

E ora andate a stappare una bottiglia!

Spero di non avervi annoiato, nè di avervi fatto passare la voglia di bere bene; il messaggio che volevo trasmettere  è che il vino non va demonizzato, si accompagna alla storia dell’uomo da millenni e mai come adesso ha trovato migliaia di produttori in tutto il mondo capaci di farci emozionare con le loro bottiglie: visto che al giorno d’oggi non ci si nutre solo più per sopravvivere, impariamo a essere edonisti e a godere con moderazione del buono che nasce dall’interazione dell’Uomo con Madre Natura, con la consapevolezza che esagerare a bere non è una cosa da fighi, ma da idioti.

E chi non salta, astemio è, quella sì una brutta malattia!

Cin Cin

Sapore di Vulcano – L’Eco Mese, marzo 2012

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Può un vino sapere di vulcano? Assolutamente sì! Quelli che leggendo questa frase si aspetteranno di succhiare lapilli come fossero Golia o di bere una colata lavica come fosse the caldo, resteranno probabilmente delusi, ma quello che vi voglio raccontare questo mese è quanto il terroir incida nel determinare le caratteristiche di un vino.

Dove la parola terroir non va tradotta banalmente in terreno, ma è un termine che si sono inventati i francesi (sempre un passo avanti quando si parla di vino) per riassumere l’insieme di elementi che distingue e caratterizza una zona dall’altra: tipologia del terreno, tipo di esposizione al sole, altitudine, latitudine, clima, ma anche stili e regole che il viticoltore da sempre segue in quello specifico posto.

Ecco perché lo stesso vitigno (il tipo d’uva impiegata tanto per intenderci)  ci dà risultati molto diversi a seconda del suo terroir e questo è uno degli aspetti più affascinanti del mondo, perché la coca-cola è invece più o meno la stessa ovunque la beviate.

Ma torniamo al nostro vulcano di partenza. Sono terreni unici, che danno ai vini delle prorompenti mineralità che si ritrovano sia nei profumi, sia nel gusto perché per fortuna qualcosa di quello che le radici della vite assorbono per vivere alla fine arriva anche nel nostro bicchiere. Una viticoltura certo lontana da quella che insegue invece la standardizzazione dei gusti e quindi per questo ancora più affascinante.

Soprattutto quando il vulcano evoca un posto fantastico come le Isole Eolie, dove allora oltre alla tipicità del terreno, ripensando al nostro terroir sopra descritto, immaginate anche quanto il clima, il sole, l’influenza del mare possano essere altri fattori che ancora prima della mano dell’uomo possano dire la loro sui vigneti che crescono a Salina, dove un bresciano di origine boema, Carlo Hauner, pittore e designer giramondo, approda quasi per caso nel 1962.

E decide di restarvi, ridando vita a un vitigno quasi sterminato dalla fillossera, la malvasia, da cui nel giro di pochi anni arriverà a produrre uno dei nettari dolci più rari e deliziosi che l’Italia vinicola può vantare.

Ma non è questo il vino che ho assaggiato e di cui vi voglio parlare: si tratta invece di  Hierà, un vino rosso frutto di vitigni autoctoni come il calabrese (più noto in realtà come nero d’avola), l’alicante e il nocera che anziché dall’isola di Salina, proviene invece da Vulcano, dove Carlo Hauner junior, nel frattempo subentrato in azienda per portare avanti con successo il progetto iniziato dal papà, ha impiantato dei nuovi vigneti anche piuttosto vicini ai crateri.

E non per nulla Hierà non è nient’altro che il nome con cui l’isola era chiamata nell’antica Grecia.

In realtà già nell’800 vennero impiantati qui i primi vigneti, ma l’eruzione del 3 agosto 1888 distrusse quanto con spirito pionieristico era stato realizzato.

Ora, a distanza di oltre un secolo questa azienda di alto profilo qualitativo ci riprova.

Lo Hierà, frutto di una lunga macerazione a contatto con le bucce a cui fa seguito invece un breve affinamento di soli tre mesi in barriques di legno (meno male, grazie) si presenta con un colore rosso rubino intenso. Ma sono soprattutto i profumi a evocare brezze e paesaggi di questo angolo meraviglioso di terra. Di cosa sa? Ma di vulcano! Intenso, pungente, minerale, quasi sulfureo prima ancora che speziato ed erbaceo, di quella macchia marina che contraddistingue le isole. E poi solo dopo l’eleganza netta di piccoli frutti rossi di rovo. Anche al gusto è assai interessante: il notevole grado alcolico (14° %) rende ancora più morbide le sfumature di un tannino dolce e non spigoloso prima che una evidente sapidità si diffonda in maniera armonica. Un rosso che vi farà sentire fino in fondo la solarità che solo un’isola come Vulcano può esprimere.

Alla scoperta del Sangiovese, Re del Centro Italia

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Il quarto appuntamento coi vitigni nobili è stato dedicato a uno dei fiori all’occhiello della viticoltura italiana, quel sangiovese che non solo è il vitigno a bacca rossa più diffuso del nostro Paese, ma è anche quello che dà vita ad alcuni dei più grandi vini italiani.

Di probabile origine toscana e re incontrastato del Centro Italia, il sangue di Giove ha svariati cloni che di fatto sono riconducibili ad esso, ma che hanno assunto nomi diversi a seconda delle zone: ecco che allora il sangiovese diventa brunello a Montalcino, prugnolo gentile a Montepulciano, morellino in Maremma, tanto per citare i più noti, mantenendo però le stesse caratteristiche: pigmentazione spesso tenue e quindi colore rosso non troppo carico, tanta acidità e ricchezza di tannino che lo rendono magari ostico in gioventù, ma sono caratteristiche indispensabili per consentire a un vino di continuare a evolvere dopo lunghi anni di affinamento.

Certo, non possiamo dimenticare che il sangiovese per la sua vigoria e per l’abbondanza di raccolti, è anche uno dei vitigni più impiegati per la produzione di vini mediocri, di quelli che magari trovate nei cartoni al supermercato, ma quando invece coltivato in zone particolarmente felici e con selettivi criteri di ricerca della qualità a scapito della quantità, ecco che allora contende al nebbiolo il titolo di vitigno più importante del Paese. Una grande differenza però è che mentre quest’ultimo viene vinificato quasi sempre in purezza, è assai probabile invece che il sangiovese finisca in compagnia di altre uve che ne ammorbidiscono un po’ le asperità caratteriali: canaiolo e colorino, ma anche cabernet, merlot, syrah: il più noto di questi assemblaggi è il Chianti, ma sono davvero tanti i grandi vini che hanno il sangiovese come componente principale, ma non unico.

Un altro elemento che ne determina le caratteristiche è la maniera di impiego del legno nel processo di maturazione: solo botti grandi per quei produttori che cercano di intervenire in maniera meno marcata, invecchiamento in barrique per quelli che invece vogliono dare una impronta diversa al vino prodotto.

Da un punto di vista territoriale è il centro Italia il suo regno: a cominciare dalla Romagna – dove oltre il 70% dei vigneti impiantati è sangiovese – che sta cercando di sdoganarsi dall’immagine del sangiovese vinello di taverna per accompagnare la Mazurka di Raoul Casadei. Il Sangiovese Superiore di Romagna sta raggiungendo grandi traguardi con molti vini eccellenti, complessi e longevi, lo stesso può dirsi in Umbria e nelle Marche, in particolare nelle denominazioni Torgiano Riserva , Rosso Conero e Rosso Piceno.

Ma è naturalmente la Toscana la patria del sangiovese: in primis il Chianti Classico (in etichetta riconoscibile per il gallo nero), un ristretto territorio a cavallo fra le province di Firenze e Siena dove si producono i più grandi sangiovese del nostro Paese, ma poi anche altre docg come Carmignano, Nobile di Montepulciano, Morellino di Scansano e naturalmente il Re Brunello di Montalcino, la enclave senese dove il sangiovese ha raggiunto la fama mondiale entrando nella ristretta cerchia dei vini top.

Qui pochi anni fa è esploso lo scandalo di Brunellopoli; a beneficio di coloro non così addentro la questione, voglio ricordare che la faccenda vide coinvolti alcuni dei principali produttori, che avevano violato il disciplinare di produzione: il brunello non prevede assemblaggi, ma dovrebbe essere prodotto solo con uva sangiovese. Per andare incontro a un mercato – in particolare quello estero – che preferisce vini più morbidi e pronti all’uso, alcuni hanno pensato di aggiungere piccole percentuali di merlot e cabernet; né più né meno di ciò che avviene in buona parte della Toscana: peccato che a Montalcino non sia consentito e da qui lo scandalo che ne ha gravemente danneggiato l’immagine.

La diatriba rimane comunque aperta visto che molti produttori a questo punto spingono per cambiare le regole e far sì che gli assemblaggi possano avvenire alla luce del sole, quindi non vi so dire fino a quando i tradizionalisti riusciranno a vincere la loro battaglia.

La nostra serata comunque era dedicata al sangiovese in purezza e a ciò ci siamo scrupolosamente attenuti nella selezione degli otto vini proposti alla attenta platea, che rappresentano sicuramente un prezioso suggerimento anche per i nostri lettori in cerca di suggerimenti.

I vini come sempre sono stati degustati alla cieca così che non ci fossero condizionamenti di sorta.

Si comincia quindi con un sangiovese dotato di un bel colore rubino nemmeno così trasparente come ci si potrebbe attendere, che al naso sprigiona sentori speziati, chiodi di garofano, anche liquirizia e che ben si fondono con note di frutti rossi come la mora. Anche all’assaggio si conferma elegante ed equilibrato, con una piacevole morbidezza a fare da contraltare a una acidità persino più spiccata del tannino. Siamo in Romagna e abbiamo quindi avuto immediato riscontro di come anche sulle colline forlivesi il sangiovese possa raggiungere l’eccellenza, altro che Tavernello!

Il vino in questione è il Pruno annata 2008, un Sangiovese Superiore Riserva prodotto di punta della Tenuta La Palazza della famiglia Drei Donà. Il Pruno deve il suo nome a uno dei cavalli di casa, campione di razza Maremmana che si cimenta nel dressage. E in effetti questo vino di tale disciplina ne incarna l’eleganza, grazie alla selezione delle migliori uve dell’azienda, a una attenta vinificazione in vasche d’acciaio e a un affinamento di 15-18 mesi in barriques di legno.

Sicuramente una delle aziende di riferimento in Romagna.

La seconda bottiglia sbalordisce! Aldilà del colore che si presenta granato con sfumature persino aranciate, è al naso che la platea ne esalta la finezza e la complessità, riconoscendo sentori erbacei, minerali, speziati, per finire con la ciliegia sotto spirito. Un sorso accattivante, la sensazione è quella di un tutt’uno fra durezze e morbidezze, che lo rendono di una piacevolezza unica. Per la platea è il vino della serata e una volta tanto va anche in testa sulla mia personale scheda.

Brunello di Montalcino, annata 2007, produttore Riccardo Talenti. Siamo a sud di Montalcino, nei pressi del borgo medioevale di S. Angelo in Colle; qui nel 1980 Pierluigi Talenti riuscì ad acquistare i terreni che tanto lo avevano affascinato fin dagli anni ’50 quando dalla Romagna si trasferì sulle colline montalcinesi dove divenne uno degli uomini che fecero la fortuna del Brunello lavorando in svariate aziende della zona. Da una decina d’anni alla guida dell’azienda c’è il nipote Riccardo che ha saputo mantenere la linea di qualità sui 20 ettari di proprietà dove peraltro viene prodotto un vino ancora più eccellente di quello da noi degustato, il Brunello Pian di Conte Riserva, al punto che ci siamo chiesti cosa sarà mai visto che a noi ha già lasciato sbalorditi il Brunello base, che fermenta in tini di acciaio e viene invece messo a maturare per 30 mesi per il 60% in tonneau di rovere da 500 litri (quindi più grandi della barrique) e per il restante 40% addirittura in grandi botti di rovere di Slavonia.

Un vino assolutamente in piena forma dopo soli 5 anni, a dispetto dell’idea generale che ce ne vadano almeno una decina prima che un Brunello possa iniziare a essere apprezzato.

Un vino che noi tutti abbiamo giudicato fine ed elegante a dispetto di chi invece considera i Brunelli della zona di S.Angelo in Colle come potenti e strutturati.

Terza bottiglia, un rosso rubino tendente al granato che esprime una bella luce. Al naso non colpisce per intensità, esprimendo invece una ampiezza fatta di spezie, di note balsamiche e di tanta frutta matura, ciliegia ma anche prugna. E’ all’assaggio però che viene fuori il Dna da purosangue di razza, che gli garantirà lunga vita e che paradossalmente lo penalizza nella degustazione: il Cepparello 2008, uno dei più grandi rossi toscani, dimostra possenza espressa da un’acidità e da un tannino che lo rendono ancora poco equilibrato e estremamente giovane malgrado i cinque anni. Uno di quei vini che quando li apri così presto ti resta il rammarico di pensare a cosa sarebbero stati fra dieci anni. Lo produce Isole e Olena, azienda fondata a metà anni ’50 a Barberino Val d’Elsa dalla famiglia piemontese De Marchi: chissà se sono state le origini di viticoltori a Lessona sulle colline biellesi dove ovviamente si produce nebbiolo in purezza che hanno portato Paolo De Marchi a cercare nel sangiovese la qualità assoluta senza cadere nel facile compromesso di contaminarlo con altri vitigni, fatto sta che pur trovandoci nel cuore del Chianti Classico, il Cepparello è sangiovese al 100% e per tale motivo non rientra quindi nella denominazione.

La sua maturazione avviene tramite 18 mesi trascorsi in barriques di rovere francese, di cui un terzo nuovo.

Si ritorna in Romagna con la quarta bottiglia in degustazione, un Sangiovese che mostra i muscoli a dispetto dell’eleganza: viola, frutta matura, prugna cotta, caramello, vaniglia. Al gusto ritroviamo la corrispondenza con quanto espresso dall’analisi olfattiva: il Domus Caia Riserva 2008 si presenta già ben bilanciato, con un tannino piuttosto vellutato. Anche questa bottiglia, prodotta dalla famiglia Ferrucci a Castel Bolognese, rientra fra quelle che potrebbero definirsi ambasciatrici di Romagna.

Le uve, raccolte a perfetta maturazione, vengono fatte appassire in maniera naturale prima di procedere alla vinificazione. La perdita di liquido e la conseguente concentrazione di zuccheri e altre sostanze garantiscono durante la fermentazione uno sviluppo d’alcol veramente notevole: oltre 14%. Aggiungiamoci anche una macerazione sulle vinacce fino al termine della fermentazione e un affinamento di dodici mesi in tonneau da 500 litri, di cui 1/3 nuovi ed ecco perché questo vino di struttura e potenza ne ha davvero da vendere.

Ma la serata non ammette pause: dalla Romagna eccoci di nuovo in Toscana, questa volta però a sud, nel Grossetano, in piena Maremma. E qui abbiamo voluto mettere alla prova i nostri attenti degustatori perché la bottiglia numero cinque e quella numero sei erano lo stesso vino… ma di due annate diverse!

Bravi ragazzi crescono: seppur timidamente sono stati in diversi ad abbozzare timidamente un “sembra quasi lo stesso vino della bottiglia di prima”.

In ogni caso qualcosa di completamente diverso da tutto ciò che si era degustato in precedenza: se sopra ci eravamo concessi i paragoni col dressage o col purosangue di razza, per rimanere nello stesso ambito diciamo che il Morellino di Scansano Le Valentane Riserva sia nella versione 2006, sia in quella 2005, si mostra come un cavallo selvatico che nessun buttero maremmano riesce a domare. Un naso persino aggressivo, speziato, minerale e vegetale dove pepe nero, cuoio, humus e un non so che di selvatico, la fanno da padrone, dando la sensazione persino di “ridotto”. Probabilmente avessimo avuto tempo per lasciarlo ossigenare a contatto con l’aria, quest’ultima sensazione si sarebbe attenuata. Anche al gusto il carattere è quello di un sangiovese “meridionale”: tannino irruento e acidità vivace ci danno una bocca energica, rafforzata anche dai 14,5% gradi di alcol. Una muscolosità strutturale che col tempo lascerà spazio probabilmente a una maggiore eleganza ed equilibrio: già la versione 2005 è sembrata avere in effetti una maggiore finezza complessiva rispetto all’annata più giovane.

Villa Patrizia, così si chiama l’azienda che Romeo Bruni ha creato fra i primi da  queste parti nel 1968 abbandonando la sua vecchia professione di falegname, nella nostra degustazione l’abbiamo voluta proporre proprio perché il sangiovese non è solo quello dei blasonati territori del Chiantishire e di Montalcino dove i terreni valgono oro, ma è anche quello di uomini che hanno vinto scommesse difficili. Facile ora investire in Maremma, una delle nuove zone di sviluppo: provate a chiedere a Romeo le difficoltà dell’inizio anni ’70, quando veniva visto come un pazzo a coltivare la vite in un territorio vocato alla pastorizia, ma poi anche le soddisfazioni di quando – in una terra dove “il vino bono era quello sfuso” – ha fatto il salto di qualità imbottigliando il suo vino intorno alla metà degli anni ’80, talmente apprezzato che andava a consegnarlo ovunque col suo inseparabile Ford Transit.

Le Valentane proviene da vigneti coltivati secondo i principi dell’agricoltura biologica e soprattutto è vinificato con una fermentazione spontanea che avviene attraverso i lieviti indigeni delle proprie uve, possibile altra causa di quei sentori inusuali e non così apprezzati dalla platea; la maturazione invece è di 24 mesi in piccole botti di rovere nuove.

Ma siccome il sangiovese non è solo Romagna o Toscana, eccoci fare una veloce puntata anche in Umbria per la settima bottiglia in assaggio.  Il colore leggermente più spento ci fa pensare subito ad un invecchiamento maggiore rispetto ai vini precedenti. Anche al naso i sentori sembrano darne conferma: tostatura, caffè, humus, pepe, cacao, qualcuno aggiunge anche il “bruciato”, tutti sentori che non sembrano appartenere a vini giovani. Una certa evoluzione viene confermata anche al gusto dove il tannino appare levigato e ben inserito in un contesto complessivo di equilibrio che sembra voler confermare le sensazioni precedenti. E così è perché la Selezione del Fondatore in assaggio era del 2004. A produrlo è l’azienda Castello delle Regine ad Amelia (Tr) e anche questo sangiovese, che dopo una maturazione in barrique di un anno affina in bottiglia per 36 mesi, è oramai entrato di diritto fra i grandi vini prodotti da questo vitigno.

Chiudiamo la indimenticabile maratona sul sangiovese naturalmente in Toscana.

Ultimo bicchiere, colore rosso granato, si presenta fine ed elegante al naso con sentori di ciliegia sotto spirito, violetta, ma anche erbacei e minerali, oltre a quelli cosiddetti terziari derivati dai 22 mesi di maturazione in barrique. Al gusto la classe non è acqua: una piacevole acidità, un tannino vellutato, ma tanto equilibrio e una eleganza che lo rendono per la maggioranza dei presenti il migliore vino della serata: è solo per un’inezia che nella somma complessiva dei punti non supera Talenti.

E d’altronde il Percarlo 2007 prodotto dalla Fattoria San Giusto a Rentennano, è oramai abituato a riscuotere successo. Qui siamo proprio nel cuore del territorio più tradizionale del sangiovese, fra i comuni di Gaiole in Chianti e Castelnuovo Berardenga: più Chianti di così … e il Percarlo – che rientra di diritto nel ristretto gruppo dei grandi vini toscani – è uno dei più evidenti esempi di cosa si intende dicendo Sangiovese in purezza.

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