Chissà quante storie ci sono dietro la nascita di ogni piatto. Questo risotto per esempio nasce dalla presenza in frigo di avanzi diversi e dal freddo assurdo che c’è fuori, per cui se vuoi mangiare bene senza uscire, devi fare di necessità virtù affidandoti all’estro dello chef.
Ed ecco che dal cilindro Vale ti tira fuori un risotto gratinato al forno, strutturato e
molto saporito, con funghi, wurstel artigianali della gastronomia Fink di Bressanone, castelmagno, un po’ di caprino, una spolverata di pepe e di pecorino sardo.
Aromatico, fragrante, gustoso, saporito.
A parte che in generale sui risotti al forno a base bianca farei comunque fatica a metterci un vino rosso, al punto che a volte mi sembra che gli abbinamenti del vino io li faccia per cromatismo, ma sempre per il freddo assurdo che c’è fuori, ho pensato che il vino perfetto da abbinarci potesse essere l’unica bottiglia già aperta in frigo, per evitare di uscire e scendere in cantina.
Era un Trebbiano d’Abruzzo di Masciarelli del 2009

da un produttore talmente importante fra quelli che hanno riscritto la storia enologica del Sud che è sminuente farne solo un accenno.
Sappiate quantomeno che Masciarelli, scomparso prematuramente quattro anni fa, in pratica ha portato alla fama mondiale due uve poco considerate come il Montepulciano e il Trebbiano, applicando metodi di coltura e vinificazione all’avanguardia appresi in Francia in evidente contrasto con ciò che la cultura del territorio poteva esprimere all’epoca.
Erano gli anni ’80 e nessuno avrebbe mai pensato all’Abruzzo fra i territori enologici di qualità. Indubbiamente la maturazione in barriques ha giocato un ruolo importante nel successo dei suoi vini più importanti, ma come amava dire Masciarelli “Ogni produttore ha due cantine, una di cemento e una sotto il cielo; ma è la seconda, cioè la vigna, ad essere la più importante, perché per fare vini decenti bisogna innanzitutto pensare a fare delle uve straordinarie”, quindi sarebbe riduttivo decretare il suo successo esclusivamente per l’introduzione del passaggio in barrique dei suoi vini più pregiati.
Oggi parliamo di un’azienda che ha superato i 400 ettari di proprietà e produce oltre 2 milioni di bottiglie, alcune delle quali come il Montepulciano Villa Gemma o il Trebbiano Castello di Semivicoli al top della qualità italiana e ambasciatrici dell’Abruzzo in tutto il mondo.
Tornando alla nostra di bottiglia, abbiamo detto che si trattava di un Trebbiano della linea classica, prodotto in circa 400.000 bottiglie con fermentazione esclusivamente in acciaio inox.
Giallo paglierino e riflessi verdolini, profumo abbastanza intenso e fine, non particolarmente complesso: fruttato e floreale. In bocca una freschezza non troppo marcata che lo rende quindi piuttosto avvolgente e assolutamente già pronto da bere. Finale delicatamente amarognolo.
Magari sarebbe più indicato con piatti più delicati del nostro risotto, come un’insalata di mare, dei crostacei o chissà che, ma siccome come molti sapranno io non mangio pesce, l’ho apprezzato sia col risotto gratinato, sia in abbinamento agli spaghetti alla carbonara la sera prima (ecco perché era in frigo!).
Stiamo parlando comunque di un vino semplice, espressione del territorio e del vitigno, che trovate in enoteca intorno ai 6 euro.
A questo prezzo, fra un’anonima bottiglia presa su uno scaffale al supermercato e pagata poco meno (forse) e un’etichetta base di uno dei grandi produttori d’Italia come Masciarelli, scelgo cento volte la seconda. E voi ?
Anche perché su Masciarelli avremo modo di tornare presto nel racconto della serata Chardonnay…
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