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Bere vino sì, ma con moderazione

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Un mese di dieta talebana  fra una pappetta, verdure e acqua a gogo (e la soddisfazione di sette chili in meno), ha fatto un gran bene al mio organismo violentato da anni di cattiva alimentazione, ma mi ha anche allontanato temporaneamente dal blog.

Magari i quattro lettori nemmeno se ne sono accorti di questa assenza, ma forse è il caso di tornare a scrivere qualche cosa di nuovo.

Anche perché la dieta mica è finita, la strada verso l’obiettivo finale è ancora lunga e faticosa!

Certo, qualche sera fa essendo relatore alla serata Riesling, in barba alla mia tutor (oramai se fai una dieta e non hai un tutor non sei nessuno!) ho riassaporato il piacere di degustare vini straordinari, ma quella serata ve la racconterò prossimamente, tanto ci ha già pensato Silvana, compagna di avventura nel tenere queste serate di approfondimento, a scrivere qualche cosa sul suo blog, uvAromatica.com.

E allora approfitto di questa mia pausa salutista per raccontarvi il vino da un’angolazione diversa, puramente nutrizionistica.

Perché fare educazione al consumo responsabile del vino dovrebbe essere compito di ogni sommelier, andando oltre la sola proposta dei vini imperdibili, che per quelli basta magari comprarsi una Guida.

L’idea per questo approfondimento mi è venuta non più di due settimane fa allorquando sono stato chiamato a partecipare a un dibattito da L’Eco Mese che prendeva spunto da un libro, la Casta del Vino, di cui nulla sapevo, scritto da due personaggi un po’ talebani che sono impegnati in una crociata anti vino e raccontano scenari nefasti per chi sta col bicchiere in mano, che ti viene da toccarti già alla prima pagina, il tutto condito da motivazioni supportate più o meno scientificamente.

E siccome ritengono che l’asserzione che il vino faccia anche bene sia in realtà frutto del potere della lobby dei produttori per poter vendere, da un po’ di tempo a questa parte stanno andando in pellegrinaggio per le librerie in tutta Italia a presentare il loro scritto.

Ora mi aspetto che qualcuno (se non loro stessi) scriva prossimamente anche la Casta del Formaggio, che coi suoi grassi di origine animale sappiamo essere intasatore di arterie e altra causa di morte, questa volta per infarto, tiè.

Comunque nel gioco delle parti, un libro anti-vino ci può anche stare fra i tanti che invece magnificano il Nettare degli Dei, quindi sorridiamo e andiamo avanti.

Tornando a noi, io resto dell’idea che bere vini di grande qualità sia uno dei massimi piaceri della buona tavola a cui non rinunciare.

Ciò però non vuole dire che vada fatto senza la consapevolezza di ciò che stiamo facendo, quindi ho provato ad approfondire alcune tematiche e cercherò di darvi dei numeri nudi e crudi affinchè il vostro possa essere davvero un bere responsabile aldilà delle tante ipocrisie e delle cortine di fumo che vengono spesso sprigionate per rendere il meno chiaro possibile l’argomento.

Perché io non produco vino né lo vendo, ma amo solo degustarlo, godendo peraltro delle splendide sfumature dei suoi colori e dell’incredibile spettro aromatico che può offrire al naso prima ancora di trangugiarlo come fosse coca cola, cosa che vedo fare ancora troppo spesso.

Il vino è un alimento non indispensabile

Intanto cominciamo col dire che il vino è un alimento, una bevanda prodotta dalla fermentazione alcolica del succo d’uva che grazie all’azione di lieviti e a particolari temperature trasforma gli zuccheri in alcol etilico e altre sostanze.

La principale di queste sostanze è ovviamente l’acqua (mediamente intorno al 85-87%), mentre il “nemico” della salute, l’alcol etilico o etanolo costituisce il 12-14%.

Poi ci sono una miriade di sostanze minerali, azotate, c’è glicerina, ma diciamo subito che tutti i principi nutritivi sono in percentuali così basse che non sono in grado di apportare alcun beneficio al nostro organismo.

Perché le vitamine o altre sostanze presenti nel vino possano davvero coprire i nostri bisogni bisognerebbe berne svariati litri al giorno, ma in questo caso l’azione dell’alcol etilico sarebbe devastante, quindi meglio cercare altre maniere per ingurgitare vitamine e minerali! Con buona pace di quelli che si scolano una bottiglia al giorno convinti di farlo per la loro buona salute, perché il “vino fa sangue”!

Quanto appena detto vale anche per il famoso resveratrolo, presente in buona quantità nella buccia dell’uva e quindi riscontrabile solo nei vini rossi per via della macerazione delle bucce. E’ un anti-ossidante, quindi anti-tumorale e anche un salva cuore, ma la quantità ingerita col vino è assolutamente modesta, per cui affinchè faccia davvero effetto, dovremmo bere forse venti litri di vino al giorno.

Meglio cercarlo altrove dunque, per esempio nel succo di mirtillo, o in qualche compressa di integratori!

Sul resveratrolo ci sono tanti di quei luoghi comuni che anche al corso AIS per diventare sommelier i relatori ci hanno voluto raccontare la favola del “paradosso francese” che piace tanto ai produttori e ai sommelier più ingenui.

In pratica si dice che i francesi pur mangiando burro e formaggi grassi hanno una mortalità d’infarto più bassa di altri popoli perché bevono vino rosso in maggiore quantità, da cui il famoso assunto che il vino fa bene al cuore, per la gioia dei produttori che devono venderne il più possibile. Peccato che nessuno aggiunga quanto alta sarebbe la quantità di vino da bere affinchè il resveratrolo faccia davvero effetto!

In conclusione, il vino è certamente un alimento non indispensabile, diciamocelo, come però tanti altri che fanno parte dei nostri usi e consumi alimentari. Se fossimo venuti al mondo per mangiare solo erba e verdure, allora mi chiedo perché anziché rimanere a quattro zampe, l’evoluzione della specie ci ha portato a ereggerci e a diventare bipedi. Sarebbe stato sicuramente più comodo rimanere in terra.

Una volta ammesso per onestà intellettuale che il vino non è indispensabile né insostituibile per la nostra alimentazione, vediamo allora quali ricadute alla nostra salute ne provoca il consumo, così che si abbia la consapevolezza di quali siano i limiti oltre il quale non è saggio andare.

Il vino fa ingrassare

La formula magica per sapere quanti grammi di alcol ci sono in un litro di vino è la seguente:

gradi x 0,8 x 10

Es. con un vino di 13°: grammi = 13×0,8×10= 104

Siccome ogni grammo equivale a 7 calorie, in quel litro ci saranno ben 728 calorie!

Ecco perché il vino può essere nemico delle diete!

Ok, diciamo che non tutti si bevono un litro di vino al giorno, però può essere prassi condividere in un pasto una bottiglia da 75 cc in due persone.

Se a fine pasto sarà vuota avrete pertanto ingerito  cadauno:

13×0,8×3,75= 39 gr. di alcol x 7 calorie = 273 calorie

che di per sé non sono così tante, ma che andranno sommate a tutto ciò che avrete mangiato mentre vi bevevate mezza bottiglia di vino.

Diciamo che si può fare, ma solo una volta ogni tanto.

Se invece ci limitassimo a un consumo più moderato bevendo due bicchieri a pasto (con 1 bottiglia = 6 bicchieri) avremmo 12,5 cc a bicchiere, quindi

13°x0,8×2,50= 26 gr. di alcol x 7 calorie = 182 calorie

E voi che venite alle nostre serate di degustazione dove assaggiamo in media 7 vini quanti grammi di alcol e quante calorie vi portate a casa?

Prove alla mano appena fatte i  7 campioni equivalgono a 30 cc. circa

Allora :

13°x0,8×3=31,2 gr. di alcol x 7 calorie = 218 calorie

In conclusione, secondo assunto: troppo vino può fare ingrassare!

Troppo vino danneggia il fegato e non solo

Calorie a parte, cerchiamo ora di capire cosa succede con i grammi di alcol appena introdotti nel nostro organismo.

Una volta ingerito,  l’etanolo arriva allo stomaco dove una alcol deidrogenasi (scusate, non ho trovato altro termine) fa da barriera all’assorbimento e ne riduce la quantità che va in circolo nel sistema.

Quest’enzima, fortunati noi maschietti, è presente in modo nettamente superiore nell’uomo: ecco perché la quantità di alcol etilico che una donna può assumere è all’incirca la metà di quella dell’uomo, in quanto la donna possiede una attività enzimatica che è la metà.

Dopo l’azione dello stomaco che ne elimina circa un 20%, il restante etanolo arriva al fegato dove anche qui il sistema enzimatico lo trasforma in buona parte in anidride carbonica e acqua.

In che percentuale è estremamente soggettivo in quanto dipende dal sesso, dal peso, dalle condizioni di salute, dal tipo di cibi presenti nello stomaco e anche dall’ora di assunzione: un bel casino insomma!

Non è dunque semplice estrapolare una regola generale per calcolare quanto etanolo resti nel nostro organismo: diciamo però che gli esperti mondiali di nutrizionismo e sanità per consumo moderato e quindi smaltibile senza danni intendono mediamente una quantità giornaliera di alcol etilico equivalente a 30/35 grammi per gli uomini e a 18/24 grammi per le donne.

Tornando quindi agli esempi fatti sopra, bersi mezza bottiglia di vino a 13° (39 grammi) è già quindi disco rosso per i maschi, ancor di più per le donne, mentre i famosi due bicchieri (26 grammi di alcol) lasciano tranquilli i maschi portando invece ancora fuori limite le femmine.

Ora sta a voi decidere se i due bicchieri vogliono dire solo uno a pasto o se invece, come io preferisco fare, meglio concentrarli solo a cena perché io a pranzo bevo raramente.

Anche la serata degustazione (31 grammi di alcol) resterebbe nei “limiti” per i maschi mentre le donne continuano a sforare i parametri.

Ecco che a questo punto deve intervenire il buon senso. Se la trasgressione non è la regola quotidiana, sforare i limiti senza esagerare è ammissibile e non ha conseguenze così terribili se non quelle provocate dai cosiddetti effetti a breve termine che alla peggio possono essere euforia, perdita dei freni inibitori, perdita del controllo, difficoltà motorie, etc.

In fondo stiamo bevendo vino, mica acido muriatico!

Ben diverso è quando il superamento dei limiti avviene sistematicamente, tutti i giorni o quasi: in tal caso i danni al fegato, allo stomaco, il rischio di disturbi gastrici, malattie cardiovascolari, tumori dovrebbero fungere da monito per i tanti che alla qualità preferiscono ancora la quantità.

Bere moderatamente (quindi nei limiti descritti sopra) comunque ha anche qualche effetto positivo per la nostra salute: sul sistema cardiocircolatorio per esempio una dilatazione dei vasi sanguigni che diminuisce i rischi vascolari. Il famoso bicchiere di vino a pasto consigliato da molti medici o esperti è pertanto assolutamente lecito in una alimentazione ritenuta sana aldilà del piacere di farlo, checchè ne dicano i talebani che scrivono libri e fanno crociate.

Quindi in poche parole possiamo concludere dicendo che se l’alcool forse fa bene al cuore, di sicuro fa più male al fegato!

Soffi qui, per favore

Oltre alla salute, poi ci sono i punti della patente da salvaguardare!
Negli ultimi anni, complici anche campagne mediatiche ricche di disinformazione,  l’etilometro è diventato il terrore non solo di chi eccede e diventa un pericolo per sé e per gli altri e quindi va punito in maniera esemplare (a quando, cari governanti, l’introduzione del reato di omicidio stradale?), ma anche di chi era abituato a bere due bicchieri di vino a cena con gli amici o al ristorante e ora ha il terrore di essere giudicato come il peggiore delinquente.

Al punto che il settore della ristorazione prima ancora della crisi e della recessione aveva già denunciato un drastico calo dei consumi di vino. A taluni sta anche bene visti i ricarichi che applicano sulle bottiglie, ma questo è un altro discorso.

Tutti conosciamo a memoria il famoso limite di 0,5 da non superare per non incorrere nella legge e essere pericolosi. Ma quello che non abbiamo mai realmente capito è cosa vuol dire in funzione di quanto possiamo bere e quindi nel dubbio molti si astengono completamente.

A quanto equivale quindi il limite 0,5 in grammi ingeriti di alcol e quindi come trasformarlo in bicchieri?

Il calcolo come già detto in precedenza non può essere aritmetico per via di tutti i parametri soggettivi, in particolare il sesso, il peso corporeo e la relazione con lo stomaco più o meno pieno.

E quindi ci limiteremo a fare comparazioni con la tabella teorica ufficiale emessa dalle Autorità.

Dove una unità alcolica vale per l’appunto i nosti 12,5 cc. che costituiscono un bicchiere.

Diciamo che a stomaco vuoto effettivamente non ci possiamo permettere un granchè: se non pesiamo più di 80 kg. un bicchiere di vino è quanto ci dovremmo imporre per non essere fuorilegge ma soprattutto pericolosi perchè con due rischiamo di essere già fuori dai parametri. Non so voi, ma effettivamente a me un bicchiere di vino fuori pasto fa girare subito la testa. Per le donne poi un solo bicchiere porta già vicinissimi al limite dello 0,5, quindi di berne due proprio non se ne parla.

Lo scenario è ben diverso se invece beviamo a stomaco pieno, che peraltro dovrebbe essere la regola.

Tornando agli esempi che hanno accompagnato questo mio racconto, ecco allora qualche sorpresa perchè la mezza bottiglia a testa (39 grammi) che troppo bene alla salute abbiamo visto non fare, in realtà potrebbe persino far restare nei limiti un uomo di almeno 75 kg., anche se consiglierei di non mettersi comunque subito alla guida.

Altro quindi che il terrorismo mediatico che ha portato la gente comune a non toccare un goccio di vino per paura di perdere la patente.

Chi supera di gran lunga lo 0,5 è perchè ha davvero esagerato ed è giusto allora che venga punito severamente perchè con la vita degli altri non si deve scherzare.

Bere però due bicchieri in un pasto, cioè un quarto di litro di vino, non solo abbiamo visto rientrare in uno stile di vita ritenuto ancora sano dagli esperti nutrizionisti, ma ci fa stare tranquilli con l’etilometro anche se siamo supermagri. Le donne invece hanno bisogno di almeno 55 kg. per stare traquille: sotto quel peso secondo le tabelle arriverebbero molto vicine allo 0,5. Una volta tanto almeno un vantaggio per le fanciulle con qualche chiletto di troppo!

Infine resta da dire che tali valori si riferiscono a un’assunzione di alcol entro 60 minuti, dopo di che la curva diventa in discesa e la percentuale di etanolo nel sangue diminuisce in maniera sensibile. Lo so che chiacchierare davanti al bicchiere vuoto non è il massimo, ma se prima avete già bevuto troppo, godetevi più a lungo la compagnia e fate passare un po’ di tempo prima di mettersi al volante o meglio ancora fate guidare qualcun altro.

Ricordo una serata a casa mia non troppo tempo fa dove effettivamente avevamo esagerato (il colpo di grazia fu un Barolo chinato di Conterno non in vendita, ma imbottigliato solo per gli amici) dove per smaltire l’alcol gli ultimi andarono via che erano oramai le tre e mezza …

E ora andate a stappare una bottiglia!

Spero di non avervi annoiato, nè di avervi fatto passare la voglia di bere bene; il messaggio che volevo trasmettere  è che il vino non va demonizzato, si accompagna alla storia dell’uomo da millenni e mai come adesso ha trovato migliaia di produttori in tutto il mondo capaci di farci emozionare con le loro bottiglie: visto che al giorno d’oggi non ci si nutre solo più per sopravvivere, impariamo a essere edonisti e a godere con moderazione del buono che nasce dall’interazione dell’Uomo con Madre Natura, con la consapevolezza che esagerare a bere non è una cosa da fighi, ma da idioti.

E chi non salta, astemio è, quella sì una brutta malattia!

Cin Cin

Sapore di Vulcano – L’Eco Mese, marzo 2012

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Può un vino sapere di vulcano? Assolutamente sì! Quelli che leggendo questa frase si aspetteranno di succhiare lapilli come fossero Golia o di bere una colata lavica come fosse the caldo, resteranno probabilmente delusi, ma quello che vi voglio raccontare questo mese è quanto il terroir incida nel determinare le caratteristiche di un vino.

Dove la parola terroir non va tradotta banalmente in terreno, ma è un termine che si sono inventati i francesi (sempre un passo avanti quando si parla di vino) per riassumere l’insieme di elementi che distingue e caratterizza una zona dall’altra: tipologia del terreno, tipo di esposizione al sole, altitudine, latitudine, clima, ma anche stili e regole che il viticoltore da sempre segue in quello specifico posto.

Ecco perché lo stesso vitigno (il tipo d’uva impiegata tanto per intenderci)  ci dà risultati molto diversi a seconda del suo terroir e questo è uno degli aspetti più affascinanti del mondo, perché la coca-cola è invece più o meno la stessa ovunque la beviate.

Ma torniamo al nostro vulcano di partenza. Sono terreni unici, che danno ai vini delle prorompenti mineralità che si ritrovano sia nei profumi, sia nel gusto perché per fortuna qualcosa di quello che le radici della vite assorbono per vivere alla fine arriva anche nel nostro bicchiere. Una viticoltura certo lontana da quella che insegue invece la standardizzazione dei gusti e quindi per questo ancora più affascinante.

Soprattutto quando il vulcano evoca un posto fantastico come le Isole Eolie, dove allora oltre alla tipicità del terreno, ripensando al nostro terroir sopra descritto, immaginate anche quanto il clima, il sole, l’influenza del mare possano essere altri fattori che ancora prima della mano dell’uomo possano dire la loro sui vigneti che crescono a Salina, dove un bresciano di origine boema, Carlo Hauner, pittore e designer giramondo, approda quasi per caso nel 1962.

E decide di restarvi, ridando vita a un vitigno quasi sterminato dalla fillossera, la malvasia, da cui nel giro di pochi anni arriverà a produrre uno dei nettari dolci più rari e deliziosi che l’Italia vinicola può vantare.

Ma non è questo il vino che ho assaggiato e di cui vi voglio parlare: si tratta invece di  Hierà, un vino rosso frutto di vitigni autoctoni come il calabrese (più noto in realtà come nero d’avola), l’alicante e il nocera che anziché dall’isola di Salina, proviene invece da Vulcano, dove Carlo Hauner junior, nel frattempo subentrato in azienda per portare avanti con successo il progetto iniziato dal papà, ha impiantato dei nuovi vigneti anche piuttosto vicini ai crateri.

E non per nulla Hierà non è nient’altro che il nome con cui l’isola era chiamata nell’antica Grecia.

In realtà già nell’800 vennero impiantati qui i primi vigneti, ma l’eruzione del 3 agosto 1888 distrusse quanto con spirito pionieristico era stato realizzato.

Ora, a distanza di oltre un secolo questa azienda di alto profilo qualitativo ci riprova.

Lo Hierà, frutto di una lunga macerazione a contatto con le bucce a cui fa seguito invece un breve affinamento di soli tre mesi in barriques di legno (meno male, grazie) si presenta con un colore rosso rubino intenso. Ma sono soprattutto i profumi a evocare brezze e paesaggi di questo angolo meraviglioso di terra. Di cosa sa? Ma di vulcano! Intenso, pungente, minerale, quasi sulfureo prima ancora che speziato ed erbaceo, di quella macchia marina che contraddistingue le isole. E poi solo dopo l’eleganza netta di piccoli frutti rossi di rovo. Anche al gusto è assai interessante: il notevole grado alcolico (14° %) rende ancora più morbide le sfumature di un tannino dolce e non spigoloso prima che una evidente sapidità si diffonda in maniera armonica. Un rosso che vi farà sentire fino in fondo la solarità che solo un’isola come Vulcano può esprimere.

Quando la muffa è nobile – L’Eco Mese, feb. 2012

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Forse non tutti sanno che …. non tutte le muffe vengono per nuocere!

Se il vostro pensiero va a quegli straordinari formaggi erborinati come il Roquefort, lo Stilton e i vari Blu delle nostre zone dove è proprio grazie allo sviluppo di muffe naturali che si creano dei sapori unici, il mio pensiero va invece a dei vini speciali che non sarebbero tali senza l’azione positiva della muffa.

Già, l’uva può ammuffire quando è ancora sulla pianta: in genere non è una bella cosa, perché il passo successivo è il marciume, con probabile perdita del raccolto.

Ma c’è un’eccezione nota a tutti gli appassionati di vino. La Botrytis cinerea, un fungo parassita che attacca in particolare la vite e che provoca ammuffimento (e quindi marciume), in particolari condizioni climatiche si sviluppa in maniera limitata attaccando solo parzialmente i grappoli  che raggrinziscono e appassiscono sulla pianta concentrando negli acini – certo brutti a vedersi – tutte le sostanze necessarie a produrre vini straordinari: zucchero, glicerina, sfumature odorose inconfondibili. E’ la famosa muffa nobile, che non ama i climi caldi e preferisce i luoghi umidi: la nebbiolina o la rugiada che di primo mattino si posa sui grappoli oramai maturi favorisce questo fenomeno piuttosto raro per la verità.

Da acini con queste caratteristiche, nascono straordinari vini che hanno in dote, oltre alla ovvia dolcezza derivata da quella  parte di zucchero che non diventa alcol, anche particolari profumi e una acidità e una persistenza tale che finita la sensazione dolce, vi sembra persino di stare bevendo un vino quasi secco.

La zona più nota è quella di alcuni comuni nelle Graves, sotto Bordeaux, dove nascono i famosi Sauternes, forse i vini dolci più apprezzati al mondo. Qui l’uva è raccolta in più settimane passando a staccare i grappoli uno a uno man mano che lo sviluppo della muffa ha raggiunto il livello perfetto. Altre uve attaccate da Botrytis da cui si ottengono questi vini speciali si trovano in Austria e Germania.

In Italia non ci sono vere e proprie zone specifiche. Ma un’area dove per le particolari condizioni climatiche qualcuno riesce a produrre i cosiddetti vini muffati è quella a cavallo fra Umbria e Lazio dalle parti del Lago di Bolsena.

Uno dei più buoni in assoluto, premiato da anni da tutte le Guide fra i migliori vini italiani, è il Muffo. Lo produce Sergio Mottura, che nel 2011 ha conquistato anche il titolo di azienda dell’anno secondo l’autorevole guida del Gambero Rosso. Ci piace ricordare le origini villafranchesi di questa famiglia (c’è anche una borgata Mottura) che negli anni ’30 si è trasferita a Civitella d’Agliano in provincia di Viterbo acquistando questa tenuta che si estende nella Valle del Tevere.

Di lucente e vivace colore oro antico, prodotto con il grechetto, uva bianca del centro Italia, ha un piacevole profumo di fiori bianchi, di albicocche secche, di scorza d’arancia, di zafferano, frutta candita. E’ al palato però che diventa uno di quei vini che non smetteresti mai di bere: piacevolmente morbido e dolce appena messo in bocca, poco alla volta si trasforma tirando fuori una sapida mineralità e una piacevole acidità che lo rendono pressoché infinito al gusto. Perlomeno fino al prossimo sorso.

Vino dolce che può quindi accompagnare dolci molto strutturati, ma che in realtà io vi suggerisco in abbinamento con i formaggi erborinati di cui sopra: insieme sono l’apoteosi del gusto.

E’ un vino raro e come tutti i vini speciali (passiti, champagne, etc.) non è certo a buon mercato. Ma almeno una volta godetevi l’attimo, datemi retta.

Potete trovare il “Muffo” (29,80 €) all’enoteca Baccoghiotto in via Lequio 24 a Pinerolo

Alla scoperta del Sangiovese, Re del Centro Italia

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Il quarto appuntamento coi vitigni nobili è stato dedicato a uno dei fiori all’occhiello della viticoltura italiana, quel sangiovese che non solo è il vitigno a bacca rossa più diffuso del nostro Paese, ma è anche quello che dà vita ad alcuni dei più grandi vini italiani.

Di probabile origine toscana e re incontrastato del Centro Italia, il sangue di Giove ha svariati cloni che di fatto sono riconducibili ad esso, ma che hanno assunto nomi diversi a seconda delle zone: ecco che allora il sangiovese diventa brunello a Montalcino, prugnolo gentile a Montepulciano, morellino in Maremma, tanto per citare i più noti, mantenendo però le stesse caratteristiche: pigmentazione spesso tenue e quindi colore rosso non troppo carico, tanta acidità e ricchezza di tannino che lo rendono magari ostico in gioventù, ma sono caratteristiche indispensabili per consentire a un vino di continuare a evolvere dopo lunghi anni di affinamento.

Certo, non possiamo dimenticare che il sangiovese per la sua vigoria e per l’abbondanza di raccolti, è anche uno dei vitigni più impiegati per la produzione di vini mediocri, di quelli che magari trovate nei cartoni al supermercato, ma quando invece coltivato in zone particolarmente felici e con selettivi criteri di ricerca della qualità a scapito della quantità, ecco che allora contende al nebbiolo il titolo di vitigno più importante del Paese. Una grande differenza però è che mentre quest’ultimo viene vinificato quasi sempre in purezza, è assai probabile invece che il sangiovese finisca in compagnia di altre uve che ne ammorbidiscono un po’ le asperità caratteriali: canaiolo e colorino, ma anche cabernet, merlot, syrah: il più noto di questi assemblaggi è il Chianti, ma sono davvero tanti i grandi vini che hanno il sangiovese come componente principale, ma non unico.

Un altro elemento che ne determina le caratteristiche è la maniera di impiego del legno nel processo di maturazione: solo botti grandi per quei produttori che cercano di intervenire in maniera meno marcata, invecchiamento in barrique per quelli che invece vogliono dare una impronta diversa al vino prodotto.

Da un punto di vista territoriale è il centro Italia il suo regno: a cominciare dalla Romagna – dove oltre il 70% dei vigneti impiantati è sangiovese – che sta cercando di sdoganarsi dall’immagine del sangiovese vinello di taverna per accompagnare la Mazurka di Raoul Casadei. Il Sangiovese Superiore di Romagna sta raggiungendo grandi traguardi con molti vini eccellenti, complessi e longevi, lo stesso può dirsi in Umbria e nelle Marche, in particolare nelle denominazioni Torgiano Riserva , Rosso Conero e Rosso Piceno.

Ma è naturalmente la Toscana la patria del sangiovese: in primis il Chianti Classico (in etichetta riconoscibile per il gallo nero), un ristretto territorio a cavallo fra le province di Firenze e Siena dove si producono i più grandi sangiovese del nostro Paese, ma poi anche altre docg come Carmignano, Nobile di Montepulciano, Morellino di Scansano e naturalmente il Re Brunello di Montalcino, la enclave senese dove il sangiovese ha raggiunto la fama mondiale entrando nella ristretta cerchia dei vini top.

Qui pochi anni fa è esploso lo scandalo di Brunellopoli; a beneficio di coloro non così addentro la questione, voglio ricordare che la faccenda vide coinvolti alcuni dei principali produttori, che avevano violato il disciplinare di produzione: il brunello non prevede assemblaggi, ma dovrebbe essere prodotto solo con uva sangiovese. Per andare incontro a un mercato – in particolare quello estero – che preferisce vini più morbidi e pronti all’uso, alcuni hanno pensato di aggiungere piccole percentuali di merlot e cabernet; né più né meno di ciò che avviene in buona parte della Toscana: peccato che a Montalcino non sia consentito e da qui lo scandalo che ne ha gravemente danneggiato l’immagine.

La diatriba rimane comunque aperta visto che molti produttori a questo punto spingono per cambiare le regole e far sì che gli assemblaggi possano avvenire alla luce del sole, quindi non vi so dire fino a quando i tradizionalisti riusciranno a vincere la loro battaglia.

La nostra serata comunque era dedicata al sangiovese in purezza e a ciò ci siamo scrupolosamente attenuti nella selezione degli otto vini proposti alla attenta platea, che rappresentano sicuramente un prezioso suggerimento anche per i nostri lettori in cerca di suggerimenti.

I vini come sempre sono stati degustati alla cieca così che non ci fossero condizionamenti di sorta.

Si comincia quindi con un sangiovese dotato di un bel colore rubino nemmeno così trasparente come ci si potrebbe attendere, che al naso sprigiona sentori speziati, chiodi di garofano, anche liquirizia e che ben si fondono con note di frutti rossi come la mora. Anche all’assaggio si conferma elegante ed equilibrato, con una piacevole morbidezza a fare da contraltare a una acidità persino più spiccata del tannino. Siamo in Romagna e abbiamo quindi avuto immediato riscontro di come anche sulle colline forlivesi il sangiovese possa raggiungere l’eccellenza, altro che Tavernello!

Il vino in questione è il Pruno annata 2008, un Sangiovese Superiore Riserva prodotto di punta della Tenuta La Palazza della famiglia Drei Donà. Il Pruno deve il suo nome a uno dei cavalli di casa, campione di razza Maremmana che si cimenta nel dressage. E in effetti questo vino di tale disciplina ne incarna l’eleganza, grazie alla selezione delle migliori uve dell’azienda, a una attenta vinificazione in vasche d’acciaio e a un affinamento di 15-18 mesi in barriques di legno.

Sicuramente una delle aziende di riferimento in Romagna.

La seconda bottiglia sbalordisce! Aldilà del colore che si presenta granato con sfumature persino aranciate, è al naso che la platea ne esalta la finezza e la complessità, riconoscendo sentori erbacei, minerali, speziati, per finire con la ciliegia sotto spirito. Un sorso accattivante, la sensazione è quella di un tutt’uno fra durezze e morbidezze, che lo rendono di una piacevolezza unica. Per la platea è il vino della serata e una volta tanto va anche in testa sulla mia personale scheda.

Brunello di Montalcino, annata 2007, produttore Riccardo Talenti. Siamo a sud di Montalcino, nei pressi del borgo medioevale di S. Angelo in Colle; qui nel 1980 Pierluigi Talenti riuscì ad acquistare i terreni che tanto lo avevano affascinato fin dagli anni ’50 quando dalla Romagna si trasferì sulle colline montalcinesi dove divenne uno degli uomini che fecero la fortuna del Brunello lavorando in svariate aziende della zona. Da una decina d’anni alla guida dell’azienda c’è il nipote Riccardo che ha saputo mantenere la linea di qualità sui 20 ettari di proprietà dove peraltro viene prodotto un vino ancora più eccellente di quello da noi degustato, il Brunello Pian di Conte Riserva, al punto che ci siamo chiesti cosa sarà mai visto che a noi ha già lasciato sbalorditi il Brunello base, che fermenta in tini di acciaio e viene invece messo a maturare per 30 mesi per il 60% in tonneau di rovere da 500 litri (quindi più grandi della barrique) e per il restante 40% addirittura in grandi botti di rovere di Slavonia.

Un vino assolutamente in piena forma dopo soli 5 anni, a dispetto dell’idea generale che ce ne vadano almeno una decina prima che un Brunello possa iniziare a essere apprezzato.

Un vino che noi tutti abbiamo giudicato fine ed elegante a dispetto di chi invece considera i Brunelli della zona di S.Angelo in Colle come potenti e strutturati.

Terza bottiglia, un rosso rubino tendente al granato che esprime una bella luce. Al naso non colpisce per intensità, esprimendo invece una ampiezza fatta di spezie, di note balsamiche e di tanta frutta matura, ciliegia ma anche prugna. E’ all’assaggio però che viene fuori il Dna da purosangue di razza, che gli garantirà lunga vita e che paradossalmente lo penalizza nella degustazione: il Cepparello 2008, uno dei più grandi rossi toscani, dimostra possenza espressa da un’acidità e da un tannino che lo rendono ancora poco equilibrato e estremamente giovane malgrado i cinque anni. Uno di quei vini che quando li apri così presto ti resta il rammarico di pensare a cosa sarebbero stati fra dieci anni. Lo produce Isole e Olena, azienda fondata a metà anni ’50 a Barberino Val d’Elsa dalla famiglia piemontese De Marchi: chissà se sono state le origini di viticoltori a Lessona sulle colline biellesi dove ovviamente si produce nebbiolo in purezza che hanno portato Paolo De Marchi a cercare nel sangiovese la qualità assoluta senza cadere nel facile compromesso di contaminarlo con altri vitigni, fatto sta che pur trovandoci nel cuore del Chianti Classico, il Cepparello è sangiovese al 100% e per tale motivo non rientra quindi nella denominazione.

La sua maturazione avviene tramite 18 mesi trascorsi in barriques di rovere francese, di cui un terzo nuovo.

Si ritorna in Romagna con la quarta bottiglia in degustazione, un Sangiovese che mostra i muscoli a dispetto dell’eleganza: viola, frutta matura, prugna cotta, caramello, vaniglia. Al gusto ritroviamo la corrispondenza con quanto espresso dall’analisi olfattiva: il Domus Caia Riserva 2008 si presenta già ben bilanciato, con un tannino piuttosto vellutato. Anche questa bottiglia, prodotta dalla famiglia Ferrucci a Castel Bolognese, rientra fra quelle che potrebbero definirsi ambasciatrici di Romagna.

Le uve, raccolte a perfetta maturazione, vengono fatte appassire in maniera naturale prima di procedere alla vinificazione. La perdita di liquido e la conseguente concentrazione di zuccheri e altre sostanze garantiscono durante la fermentazione uno sviluppo d’alcol veramente notevole: oltre 14%. Aggiungiamoci anche una macerazione sulle vinacce fino al termine della fermentazione e un affinamento di dodici mesi in tonneau da 500 litri, di cui 1/3 nuovi ed ecco perché questo vino di struttura e potenza ne ha davvero da vendere.

Ma la serata non ammette pause: dalla Romagna eccoci di nuovo in Toscana, questa volta però a sud, nel Grossetano, in piena Maremma. E qui abbiamo voluto mettere alla prova i nostri attenti degustatori perché la bottiglia numero cinque e quella numero sei erano lo stesso vino… ma di due annate diverse!

Bravi ragazzi crescono: seppur timidamente sono stati in diversi ad abbozzare timidamente un “sembra quasi lo stesso vino della bottiglia di prima”.

In ogni caso qualcosa di completamente diverso da tutto ciò che si era degustato in precedenza: se sopra ci eravamo concessi i paragoni col dressage o col purosangue di razza, per rimanere nello stesso ambito diciamo che il Morellino di Scansano Le Valentane Riserva sia nella versione 2006, sia in quella 2005, si mostra come un cavallo selvatico che nessun buttero maremmano riesce a domare. Un naso persino aggressivo, speziato, minerale e vegetale dove pepe nero, cuoio, humus e un non so che di selvatico, la fanno da padrone, dando la sensazione persino di “ridotto”. Probabilmente avessimo avuto tempo per lasciarlo ossigenare a contatto con l’aria, quest’ultima sensazione si sarebbe attenuata. Anche al gusto il carattere è quello di un sangiovese “meridionale”: tannino irruento e acidità vivace ci danno una bocca energica, rafforzata anche dai 14,5% gradi di alcol. Una muscolosità strutturale che col tempo lascerà spazio probabilmente a una maggiore eleganza ed equilibrio: già la versione 2005 è sembrata avere in effetti una maggiore finezza complessiva rispetto all’annata più giovane.

Villa Patrizia, così si chiama l’azienda che Romeo Bruni ha creato fra i primi da  queste parti nel 1968 abbandonando la sua vecchia professione di falegname, nella nostra degustazione l’abbiamo voluta proporre proprio perché il sangiovese non è solo quello dei blasonati territori del Chiantishire e di Montalcino dove i terreni valgono oro, ma è anche quello di uomini che hanno vinto scommesse difficili. Facile ora investire in Maremma, una delle nuove zone di sviluppo: provate a chiedere a Romeo le difficoltà dell’inizio anni ’70, quando veniva visto come un pazzo a coltivare la vite in un territorio vocato alla pastorizia, ma poi anche le soddisfazioni di quando – in una terra dove “il vino bono era quello sfuso” – ha fatto il salto di qualità imbottigliando il suo vino intorno alla metà degli anni ’80, talmente apprezzato che andava a consegnarlo ovunque col suo inseparabile Ford Transit.

Le Valentane proviene da vigneti coltivati secondo i principi dell’agricoltura biologica e soprattutto è vinificato con una fermentazione spontanea che avviene attraverso i lieviti indigeni delle proprie uve, possibile altra causa di quei sentori inusuali e non così apprezzati dalla platea; la maturazione invece è di 24 mesi in piccole botti di rovere nuove.

Ma siccome il sangiovese non è solo Romagna o Toscana, eccoci fare una veloce puntata anche in Umbria per la settima bottiglia in assaggio.  Il colore leggermente più spento ci fa pensare subito ad un invecchiamento maggiore rispetto ai vini precedenti. Anche al naso i sentori sembrano darne conferma: tostatura, caffè, humus, pepe, cacao, qualcuno aggiunge anche il “bruciato”, tutti sentori che non sembrano appartenere a vini giovani. Una certa evoluzione viene confermata anche al gusto dove il tannino appare levigato e ben inserito in un contesto complessivo di equilibrio che sembra voler confermare le sensazioni precedenti. E così è perché la Selezione del Fondatore in assaggio era del 2004. A produrlo è l’azienda Castello delle Regine ad Amelia (Tr) e anche questo sangiovese, che dopo una maturazione in barrique di un anno affina in bottiglia per 36 mesi, è oramai entrato di diritto fra i grandi vini prodotti da questo vitigno.

Chiudiamo la indimenticabile maratona sul sangiovese naturalmente in Toscana.

Ultimo bicchiere, colore rosso granato, si presenta fine ed elegante al naso con sentori di ciliegia sotto spirito, violetta, ma anche erbacei e minerali, oltre a quelli cosiddetti terziari derivati dai 22 mesi di maturazione in barrique. Al gusto la classe non è acqua: una piacevole acidità, un tannino vellutato, ma tanto equilibrio e una eleganza che lo rendono per la maggioranza dei presenti il migliore vino della serata: è solo per un’inezia che nella somma complessiva dei punti non supera Talenti.

E d’altronde il Percarlo 2007 prodotto dalla Fattoria San Giusto a Rentennano, è oramai abituato a riscuotere successo. Qui siamo proprio nel cuore del territorio più tradizionale del sangiovese, fra i comuni di Gaiole in Chianti e Castelnuovo Berardenga: più Chianti di così … e il Percarlo – che rientra di diritto nel ristretto gruppo dei grandi vini toscani – è uno dei più evidenti esempi di cosa si intende dicendo Sangiovese in purezza.

Ultimi posti disponibili per l’Aglianico

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Continua l’interessante viaggio in vostra compagnia alla scoperta dei vitigni nobili, quelli da cui si ottengono alcuni vini indimenticabili.

Dopo pinot noir, sauvignon, chardonnay e sangiovese (di cui presto pubblicherò il resoconto della serata, promesso!), la prossima tappa sarà l’aglianico.

Vitigno di grande struttura e di origini antichissime, venne introdotto dai Greci in Campania dove dà vita a uno dei più grandi rossi italiani, così come anche in Basilicata, dove poi si è diffuso.

Ed è proprio da queste regioni che provengono le bottiglie che io e Silvana abbiamo selezionato per la serata in programma e che proporremo in degustazione alla cieca.

Anche questa volta credo sarà davvero difficile per il nostro pubblico scegliere il proprio vino preferito, perchè a scendere in campo saranno alcune delle etichette più importanti.

Non solo quindi approfondimento teorico, ma soprattutto la possibilità di degustare in compagnia alcuni dei migliori vini d’Italia, questo lo spirito delle nostre serate.

L’appuntamento con tutti coloro che vivono in zona è dunque al Museo del Gusto di Frossasco (TO) mercoledì 21 marzo alle ore 21.00, gli interessati troveranno nella sezione Eventi tutte le modalità di partecipazione.

Visto che però il pubblico di lettori del blog Maxwine è oramai allargato a tutta Italia, a tutti gli altri sarà poi dedicato un approfondito reportage sulla serata, così da saperne qualcosa in più su questo vitigno e trovare magari qualche spunto interessante per scegliere in enoteca o al ristorante il prossimo Aglianico.

Sempre che invece non vi venga voglia di un bel viaggetto fra la Campania e la Basilicata, andando a visitare le cantine direttamente in loco come a me è capitato di fare questa estate.

Buon Aglianico allora!

Da oggi siamo tutti più “stronzetti”

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Caro Amico ti scrivo, così mi distraggo un po’ e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.

Da quando sei partito, mi sono accorto che per la prima volta con un artista se ne è andata anche una parte di me e la cosa mi ha fatto un certo effetto …. perchè d’ora in poi tutte quelle canzoni che hanno accompagnato i miei primi 15-30 anni saranno musica e parole di qualcuno che non c’è più, che è diverso dal sentirle sapendo invece che chi le ha scritte è vivo e vegeto.

Chissà perchè mi vien da pensare che col vino Lucio Dalla ci si abbinasse bene.

Forse perchè era spesso presente nelle sue canzoni:

” e ancora adesso mentre bestemmio e bevo vino per la gente del porto sono Gesù Bambino”

“un uomo come me se ha sete beve vino

“ho scritto una canzone per ogni pentimento e devo stare attento a non cadere nel vino o finir dentro i tuoi occhi”

“E spendono più di una lacrima su un bicchiere di vino e di rum e piangendo gli viene da ridere, ballo anch’io se balli tu”

“Le dieci del mattino e mi scoppia la testa come se avessi bevuto una botte di vino
o fossi stato alla mia festa”

“Ma che buone le lasagne con il vino e poi il caffè, e com’è bello stare qui”

E invece non sapevo che Lucio Dalla il vino lo producesse anche, una delle passioni ataviche che a un certo punto della vita pare attanagliare i VIP.

Lui sembra che lo facesse giusto per sè e per gli amici approfittando del fatto che si era creato, beato lui, un buon retiro dalle parti dell’Etna, terra davvero speciale per produrre vino col suo terroir magico.

Ora ovviamente tutti i siti e i blog degli appassionati di Bacco impazzano con questa notizia, tempo un paio di giorni e state certi salterà fuori qualche nome altisonante dell’enologia a dire che lui il vino di Dalla lo beveva ed era uno dei migliori prodotti italiani. Boh, io non posso certo saperlo non facendo parte degli amici per i quali lo produceva, però vi voglio riportare quanto appena trovato in Rete, visto che voi probabilmente non bazzicate i siti dei malati di vino:

Sull’etichetta ci sono io vestito da derviscio, l’ha disegnata l’amico Mondino, e il nome del vino: “Stronzetto dell’Etna”. Ne produco ormai da diversi anni, attorno alla mia casa di Milo, qualche migliaio di litri sia bianco che rosso; lo destino alla mia tavola, al consumo sulla barca e soprattutto agli amici. Mi dicono che quello bianco sia di qualità veramente eccellente e perciò ho deciso di spiantare gradualmente il rosso ed uniformare la produzione su quella che gli esperti definiscono “qualità superiore”. Io non sono un vero intenditore: vedo che lo Stronzetto piace molto ai miei ospiti, risponde ai miei gusti, e questo già mi basta. 
 
E allora da oggi quando ci sentiremo un po’ Stronzetti in realtà penseremo al grande Lucio Dalla, all’Etna e al suo vino.
E stasera per brindare alla Sua memoria allora aprirò una bottiglia di quella terra, anche se mi sa che dovrò andare a comprarla in enoteca perchè la mia cantina, pur ben fornita, ha molte lacune.
Anche se in realtà il luogo migliore dove mi piacerebbe ricordarlo con un bicchiere in mano è
Qui dove il mare luccica
e tira forte il vento
su una vecchia terrazza davanti al golfo di Sorrento
un uomo abbraccia una ragazza
dopo che aveva pianto
poi si schiarisce la voce e ricomincia il canto

Te voglio bene assai
ma tanto tanto bene sai
e’ una catena ormai
che scioglie il sangue dint’ e’ vene sai

….

Ah si, e’ la vita che finisce
ma lui non ci pensò poi tanto
anzi si sentiva felice
e ricominciò il suo canto

cin cin Lucio

Che vino bere con il dolce ?

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 Direi che il primo sondaggio del nostro blog possiamo chiuderlo qui.

Oltre 65 voti alla domanda “Con il dolce voi cosa preferite bere” pubblicata sulla pagina Facebook del blog non credo siano un campione statistico rappresentativo della popolazione italiana (panel, lo definiscono gli esperti), ma mi dà occasione per tornare su uno dei primi articoli che ho scritto nella rubrica Lieti Calici, praticamente un anno fa, e constatare – vista anche la varietà delle risposte che avete dato – che il gusto personale forse deve rimanere la prima scelta nell’abbinamento cibo-vino visto che non stiamo parlando di scienza, ma di piacere della tavola.

Già, perché se qualche esperto ha risposto dicendo che la domanda posta era facile e altri sono entrati nel dettaglio dicendo che la scelta del vino dipende dal tipo di dolce che stiamo  mangiando (bravi Silvana e Domenico per le considerazioni approfondite e interessanti che avete scritto), se è vero anche che una netta maggioranza di voi ha scelto un vino dolce (passito nel 57,6% dei casi, frizzante nel 9,1%), è altrettanto vero che esiste un 33,3% di miei lettori che col dolce berrebbe più volentieri un vino secco, con o senza bollicine.

Il che tradotto nel linguaggio comune vuol dire esattamente una persona su tre.

Il che giustifica allora anche tutti quei camerieri che a me fanno venire la pelle d’oca quando a fine pasto passano con due bottiglie in mano e chiedono: secco o dolce?

La domanda a cui vi ho chiamato a rispondere tramite facebook mi era venuta in mente giusto per animare un po’ il blog e stimolarvi a partecipare al blog, ma è utile comunque per capire quanto profondo è il solco fra i cosiddetti esperti e chi invece ama bere senza troppi pensieri o spiegazioni.

O riduciamo questa distanza o i due mondi non si parleranno mai e i produttori di vini di qualità continueranno a rivolgersi a una nicchia di mercato, non all’universo di potenziali consumatori che c’è là fuori pronto a bere bene se solo qualcuno andasse a raccontargli cosa vuol dire bere bene.

E per qualità non intendo i vini da gioielleria, ma semplicemente dei prodotti alimentari di buon livello e prezzo ragionevole, perché se è vero che l’uomo mangia, è altrettanto vero che l’uomo intelligente sa mangiare (Jean Anthelme Brillat-Savarin).

Ma non divaghiamo e torniamo alla nostra domanda sul vino da bere col dolce.

Al sommelier, perlomeno quello italiano, hanno insegnato un metodo quasi scientifico in fatto di abbinamento cibo/vino, fatto di grafici e relazioni fra le caratteristiche del cibo e quelle del vino, con poligoni da sovrapporre per interpretare se l’abbinamento è riuscito o meno.

Non sto a tediarvi con altri dettagli, in fondo stiamo parlando di piaceri della tavola e non della progettazione di un grattacielo con il relativo calcolo dei carichi del cemento armato.

Aldilà dei poligoni, il metodo utilizzato in Italia si basa comunque su delle indicazioni importanti fondate su due principi, uno detto della contrapposizione (cioè equilibrio che si raggiunge grazie a sensazioni gustative opposte che devono esserci fra cibo e vino) e uno della concordanza (cioè sensazioni gustative similari fra cibo e vino che vanno a sommarsi): avremo occasione di approfondire l’argomento se continuerete a seguirmi.

Sono dei principi che hanno delle verità sostanziali e che anche il commensale non esperto in genere apprezza, perlomeno così mi pare di percepire quando abbino i vini al cibo nelle serate con gli amici, anche se molti magari lo fanno esclusivamente per educazione nei confronti del padrone di casa!

Ma basta varcare il confine per trovare degli scenari completamente diversi di cui non si può far finta di nulla visto che il mondo non è solo l’Italia. Già i “cugini” francesi, che come produttori godono a livello mondiale della fama di primo Paese al mondo in fatto di qualità, nell’abbinamento non sono poi così maniacali come noi e seguono più che altro un decalogo fatto di tante ovvietà, anche se ovviamente condito della loro grandeur, quindi non ammetterebbero mai la nostra superiorità.

Ma se poi ci spostiamo sul mondo anglofone – e più in generale sui consumatori dei nuovi Paesi che si affacciano al vino, l’unica regola che sembra esserci è quella che col cibo ci bevo il vino che mi pare seguendo esclusivamente il proprio gusto.

E d’altronde “de gustibus non disputandum est” dicevano già i latini, sul gusto personale non si discute.

E quindi io ora proverò a convincervi sul perché io col dolce bevo esclusivamente vini dolci, in quanto il sommelier ha il dovere di fare cultura e quindi di diffondere il più possibile il proprio limitato sapere.

Se però poi quel 33% che col dolce preferisce un vino secco alla fine di questo articolo non cambia idea, giuro che a questo punto rispetterò la scelta, sostenendo di fatto quindi la teoria degli inglesi!

Allora: se in genere nell’abbinamento cibo-vino si applica un criterio di contrapposizione fra le sensazioni dell’uno e quelle dell’altro (in genere si parla di durezze/morbidezze) così da equilibrare le sensazioni gustative complessive e trovare un’armonia, il dolce rappresenta una delle poche eccezioni in cui invece l’abbinamento avviene per concordanza, cioè col vino vado ad aggiungere lo stesso tipo di sensazioni del cibo per raddoppiarle, così da esaltarne al massimo i sapori.

Questo perché è universalmente riconosciuto che la sensazione dolce è piacevole (lo scopriamo già da bambini e non ce ne dimentichiamo più): tutto ciò che è zuccherino riconduce a un mondo idilliaco anche solo per associazione di idee, figurarsi a livello di papille gustative!

Ecco che allora sarebbe davvero un peccato interrompere o quantomeno smorzare questa sensazione di godimento provocata dal dolce introducendo in bocca delle sensazioni contrastanti come le durezze derivanti dall’acidità di un vino secco, ancora peggio se frizzante perché la bollicina esalta le durezze.

Il dolce è di fatto una trasgressione che ci concediamo, quindi è come se voi abbassaste le vostre difese e vi lasciaste avvicinare e poi anziché la carezza che state pregustando a occhi chiusi, col vino vi arriva uno schiaffone che vi ridesta immediatamente.

Capita la metafora?

Certo, qualcuno può dirmi che non ama i dolci e allora anziché abbandonarsi e goderne, preferisce accompagnarli con un vino secco quasi a voler contrastare a tutti i costi la sensazione zuccherina.

Ma io mi chiedo: se non ami i dolci, che li mangi a fare?

Risolta quindi la questione più facile, cioè niente vini secchi di qualsiasi natura essi siano col dolce, per quelli che si sono convinti e continuano a leggere, bisogna allora fare dei distinguo perché è evidente che c’è dolce e dolce e quindi la struttura, il grado di dolcezza, gli altri ingredienti complementari aprono un universo talmente allargato che non esiste il vino adatto a tutti i dolci.

Per semplicità, perché non volevo scrivere un trattato, ma solo dare due dritte, diciamo che con panettoni, pandori, colombe, dolci soffici e non strutturati, ci vedrei bene un moscato o comunque un vino dolce frizzante; con crostate o pasta frolla in generale sicuramente un passito, la cui tipologia verrà scelta anche in base ai componenti aggiuntivi del dolce: aromi, speziature, tipo di frutta, etc.

Con dolci al cucchiaio o comunque molto delicati può starci un vino dolce leggero, non troppo strutturato come un Moscato Rosa dell’Alto Adige (mmm che buono Franz Haas), mentre sceglierei passiti muscolosi e carichi di struttura laddove il dolce avesse le stesse caratteristiche: pan di spagna farciti con creme varie, zuppe inglesi, ma anche tarte tatin, strudel, tiramisù, bavaresi, creme caramel, etc. Insomma, dolci tosti.

Col gelato è pressoché impossibile accompagnarci un vino perché la temperatura troppo fredda rispetto a quella del vino impedirebbe alle papille gustative di percepirnela piacevolezza. Anzi, l’azione del diventerebbe persino sgradevole, provate.

Col cioccolato l’impresa è ardua ma non è impossibile. Il cibo degli Dei è talmente strutturato che non sempre trova l’accordo col nettare degli Dei!

Diciamo che è fortemente consigliabile l’abbinamento con passiti di grande struttura e persistenza, magari rossi (Sagrantino, Recioto, Banyuls) o meglio ancora se liquorosi (Marsala, Sherry Pedro Ximenex, Porto Tawny) o aromatizzati (Barolo Chinato).

In extrema ratio un morbido distillato come il rum.

Ma allora per chiudere il discorso sull’abbinamento dolce/vino, cosa c’entra la coppa di champagne che vi ho messo da scegliere anche nel sondaggio per indurvi in tentazione?

L’incredibile errore di aprire lo champagne a fine pasto che gli italiani spesso continuano a fare deriva tendenzialmente da due motivi:

  1. trattandosi del vino magari più costoso del pasto ed essendo associato a occasioni di festa, viene tenuto per ultimo per un bel brindisi con tanto di botto;
  2. lo champagne di inizio secolo aveva in effetti una nota dolce molto più marcata degli attuali e quindi era prassi fra i nobili quella di berlo a fine pasto nella caratteristica coppa. Peccato che poi nel tempo lo champagne si sia trasformato in un vino secco a tutti gli effetti mentre non è cambiata l’abitudine di “sprecarlo” a fine pasto.

Date retta a me, godetevelo prima, altro che col dolce!

Manuelina, la Regina della focaccia di Recco

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Così come l’antico viaggiatore si sentiva a casa approdando alle locande di posta per rifocillarsi e riposare durante i lunghi trasferimenti, anche il viaggiatore dei tempi moderni, malgrado i tempi di trasferimento si siano di gran lunga accorciati, ama avere dei punti di riferimento sicuri dove sostare.
Uno dei miei di più lunga frequentazione si trova lungo la Genova-Livorno, una tratta piuttosto abituale per chi come me si divide fra Piemonte e Toscana. Il caso vuole che praticamente a metà strada ci sia Recco, borgo poco fuori Genova, dove sempre il caso vuole che ci si passi a ora di cena, soprattutto se si è sufficientemente elastici da far coincidere l’ora di cena con il passaggio da Recco.
Ecco che allora anziché fermarsi nell’anonimo autogrill per addentare il classico Camogli (che è anche un piacevole villaggio di mare peraltro a soli cinque minuti da Recco), da svariati anni esco dall’autostrada e a poco più di un chilometro dal casello vado da Manuelina.
Non è un’amica che mi aspetta a braccia aperte, maliziosi che non siete altro, ma trattasi invece di uno dei templi sacri della focaccia di Recco, la nota prelibatezza che potete sicuramente apprezzare in tanti altri locali della zona, ma che qui ha il gusto della tradizione.
E chi non ha mai apprezzato almeno una volta nella vita questo particolare impasto sottile ed elastico, senza lievito, che viene steso in grandi teglie, riempito di crescenza e poi ricoperto da un secondo strato di pasta prima di finire a cuocere in forno?
Piatto talmente legato al territorio che probabilmente Recco deve la sua fama più alla focaccia che non alla storia di villaggio di pescatori o alla pallanuoto, dove comunque ha primeggiato in lungo e in largo.
Ma torniamo da Manuelina: attenzione a non sbagliare, stiamo parlando della focacceria situata in un cortile fra anonimi condomini alla periferia di Recco, e non del più famoso Ristorante Manuelina, della stessa proprietà e locale piuttosto chic, citato in svariate Guide e di grande fama. Dove oltre alla focaccia credo si mangi piuttosto bene anche il pesce, che non sta proprio in cima ai miei desideri.
Ma poi aldilà dello chic, la questione vera è che se ti fermi per una breve sosta durante il viaggio, mica puoi stare due ore al ristorante, le persone “normali” si fermano in autogrill.
Nella focacceria invece l’atmosfera è sicuramente più spartana, il locale è piuttosto grande e un tavolo libero rischiate di trovarlo sempre anche in presenza di tavolate numerose.
Innanzitutto nell’attesa della focaccia lasciatevi tentare da una calda porzione di fantasia di cuculli, palline di pasta fritta di una morbidezza incantevole oppure – ma dovete già essere buone forchette altrimenti rischiate di non mangiare altro, dalle focaccette in crescente con una selezione di salumi affettati a coltello sul momento al centro della sala.

Poi – visto che ci siete venuti apposta – potete passare alla famosa focaccia al formaggio, che vi viene servita già tagliata a spicchi in un vassoio.

Veramente deliziosa con la sua sottile ed elastica pasta ripiena di crescenza che straborda da ogni dove… Ma d’altronde qui la fanno da oltre 125 anni e arrivano da tutta Genova e non solo per mangiarla …

Da Manuelina ne hanno creato anche una rivisitazione in versione rossa: si chiama pizzata, che in superficie ha anche il pomodoro e l’origano, a renderla un po’ meno stucchevole della focaccia.
Sì perché il sapore di quest’ultima è talmente pieno di gusto che dopo un po’ vi viene da dire basta, il pensiero di una seconda porzione vi darebbe quasi la nausea, mentre con la pizzata si rischia di andare a sfondamento.
E non è una bella cosa, visto che nella carta dei dolci compaiono poi la crema catalana, il bianco mangiare, il tortino di castagne con salsa alla cannella, tutti prodotti ovviamente dalla cucina.

Cosa possiamo bere insieme alla focaccia di Recco dalla tendenza dolce, dalla grassezza e dalla notevole sapidità?

La proposta di vini bianchi della zona la trovo un abbinamento perfettamente riuscito.
In carta trovate il Pigato di Albenga (15 €) dell’azienda Bruna, una delle cantine più quotate della Liguria, probabilmente la scelta migliore con la focaccia.
Dovendo rimettermi alla guida ho però preferito un più leggero e frizzante Lumassina dell’azienda agricola Punta Crena (12 €), una bollicina dei Colli Savonesi prodotta dal vitigno omonimo, un autoctono coltivato in terrazze strappate alla collina sopra Varigotti: fragranti e intense note di biancospino, pera e pompelmo, una moderata alcolicità (11% gradi) perché non è che per forza un vino deve avere sempre 13% gradi per essere apprezzato, una piacevole freschezza che lo contraddistingue e grazie alla quale si presta alla rifermentazione per renderlo frizzante. Ovviamente metodo charmat, la bollicina non è il massimo della finezza ed è un po’ aggressiva, ma insomma, con la focaccia va a nozze.
E poi volete mettere il fascino dell’abbinamento per tradizione, cioè la scelta di accompagnare i piatti di una zona con vini dello stesso territorio, meglio ancora se consumati in loco?
Insomma, che siate viandanti o che vogliate semplicemente godervi una delle migliori focacce al formaggio, Manuelina è un indirizzo che mi sento di consigliare.
E voi invece la focaccia al formaggio dove la mangiate?

Pronti per il Sangiovese?

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Finalmente l’Italia ….

 

Dopo avervi introdotto nel mondo del Pinot Noir, del Sauvignon e dello Chardonnay, dove comunque abbiamo potuto constatare (anzi, degustare) come i vini Top del nostro Paese raggiungono l’eccellenza anche quando raffrontati a quelli del territorio d’origine, ora si capovolge lo scenario e si passa a una serie di vitigni la cui origine è indiscutibilmente la nostra Penisola.

Si profilano all’orizzonte due seratone con vini provenienti da aglianico e nebbiolo, ma senza voler correre troppo, nuntio vobis che

mercoledì 22 febbraio alle ore 21.00

nell’aula degustazione del Museo del Gusto di Frossasco

andrà in scena il SANGIOVESE.

E con che cast di attori …

Essendo degustazioni alla cieca, come sempre io e Silvana (registi e attori non protagonisti) ve li sveleremo solo a fine serata, ma vi posso garantire fin d’ora che abbiamo scritturato nomi importanti …

Gli interessati trovano nella sezione EVENTI tutte le informazioni per partecipare. Gli altri si accontenteranno di leggere qui il racconto della serata.

Inutile sottolineare che essendoci solo 20 posti, restano poche sedie ancora non prenotate!

Chardonnay, la serenità fatta bicchiere

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Il terzo appuntamento al Museo del Gusto con le degustazioni dei vitigni nobili è dedicato all’internazionale per eccellenza, il più diffuso al mondo, quello di più facile coltivazione e che meglio si adatta a climi e terreni diversi. Bianco o rosso? Bianco. Lo so che lo sapete tutti che stiamo parlando dello chardonnay, la serenità fatta bicchiere come dice Roberto Cipresso in Vinosofia, il vino che più vi allontanerà dai pensieri molesti della giornata per riportarvi in pace col mondo. E d’altronde: moderata acidità, aromi di frutta come mela e pera o anche pesca e frutta tropicale se proveniente da zone calde, poi ancora banana e burro, vaniglia e mandorla quando maturato in legno, fino ad arrivare al miele e altri sentori gradevoli quando evoluto qualche anno dopo essere stato imbottigliato. Come non metterlo fra le sensazioni più piacevoli che vorremmo provare da un bicchiere di vino?

Il rovescio della medaglia è che è il vino con meno personalità: si lascia molto plasmare dalle caratteristiche del luogo dove viene coltivato e dall’umore del viticoltore che potrà molto più che in altri casi riuscire a far emergere il proprio stile a seconda delle tecniche impiegate: una vinificazione solo in acciaio ci darà degli chardonnay dove le caratteristiche organolettiche del vitigno saranno quasi integre e dove sarà molto importante l’acidità al momento della vendemmia per non trovarci con vini piatti già in partenza. In ogni caso aspettiamoci dei vini bianchi spesso gradevoli ma più semplici e destinati a perdere nel giro di un paio d’anni qualità e vivacità.

Discorso completamente diverso se invece la vinificazione e ancor più la maturazione avviene in legno: in tale caso le caratteristiche dei profumi e del gusto riconducono ad aromi e sapori che pochi legami diretti hanno con l’uva, ma sono sicuramente più complessi e danno al vino una struttura tale che a volte sono necessari molti anni di invecchiamento prima che possa esprimersi al meglio.

Eppure stiamo parlando della stessa uva: pensate a quante differenze e quanto è determinante quindi il lavoro dell’uomo prima in vigna e poi in cantina . Ecco perché non si può banalizzare l’idea del vino pensato come l’uva spremuta dentro un tino e lasciata fermentare in maniera più o meno controllata fino a quando avrà smesso di ribollire e il succo si sarà trasformato in bevanda alcolica. Fino a quando questo concetto non sarà chiaro nel consumatore, non sarà nemmeno possibile fargli capire fino in fondo perché un vino può costare meno di un euro al litro e altri possono invece valere cento volte tanto.

Ma siccome stiamo divagando, torniamo alla nostra serata evento dove i partecipanti hanno avuto l’opportunità di degustare alcuni dei migliori chardonnay del nostro Paese (e quindi del mondo).

Non prima di una veloce carrellata non solo sulle caratteristiche a cui vi ho accennato sopra, ma anche su altri aspetti salienti del vitigno. A cominciare dal fatto che lo chardonnay non dà vita solo a vini bianchi secchi, ma è anche una delle uve più utilizzate per produrre vini spumanti: ovviamente champagne, la regione più a nord dove è coltivato questo vitigno, ma anche le nostre Franciacorta e Trentino.

Poi, parlando di geografia, è importante sapere che la terra d’eccellenza dello chardonnay è la Borgogna, da cui quindi non provengono solo alcuni dei più grandi vini rossi (vedi Sua Maestà, il Pinot Noir ), ma dove vengono prodotti anche i bianchi più importanti al mondo.

Lo Chablis, nel nord della Regione, dallo stile sicuramente più acido e dove l’utilizzo del legno non è in cima ai pensieri e poi quella striscia di venti km a sud di Beaune, nella Cote d’Or, dove è racchiusa la Terra Promessa dello chardonnay: la Cote de Beaune. Qui finezza ed eleganza sono uniche, arrivano da qui senza ombra di dubbio i vini bianchi più complessi e longevi al mondo, grazie anche a caratteristiche climatiche e del terreno davvero particolari e a un utilizzo del legno che rappresenta una costante.

Corton Charlemagne, Mersault, Montrachet sono nomi che fanno sognare gli appassionati e sconvolgono chi non è così addentro la materia quando si viene a sapere che le bottiglie provenienti dai Grand Cru e dai Premier Cru di questa micro-area possono partire da un minimo di 70/80 euro per arrivare a qualche migliaio nel caso dei produttori più noti e di annate speciali.

Lasciata la Francia e ribadito che lo chardonnay è impiantato in tutto il mondo, diciamo che i risultati migliori in altri Paesi sono stati raggiunti in Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa, Stati Uniti.

Ed eccoci infine alla nostra Italia dove il vitigno è stato introdotto inizialmente in Tirolo, per poi diffondersi praticamente in tutte le Regioni, comprese quelle più calde.

I grandi chardonnay italiani arrivano dal Nord Est (Alto Adige e Friuli), dalle Langhe dove a molti produttori è servito come chiave di volta per farsi conoscere in mercati importanti come gli Stati Uniti prima di provare a vendere vini sicuramente più difficili come Barolo e Barbaresco, ma è parecchio diffuso anche nelle regioni del centro, spesso in assemblaggio coi vitigni della zona, fino ad arrivare alla Sicilia, altra zona di eccellenza: chi mai l’avrebbe detto che un vitigno “nordico” potesse raggiungere siffatti risultati a quelle latitudini?

Ma quali sono le eccellenze selezionate da me e Silvana (uvaromatica.com) per far vivere una serata di Chardonnay di grandissimo spessore ?

Si comincia con una bollicina dall’aroma fruttato (mela renetta) e fragrante (lieviti). In bocca la pungenza delle bollicine è così elegante da evocare la nebbiolina: che sarà mai questo metodo classico risultato così gradevole? E’ un Blanc de Blancs (cioè uve solo chardonnay) di Arunda Vivaldi, azienda che produce spumanti in Alto Adige a Meltina , sopra Merano, in un microclima davvero unico: non credo che esistano in Italia altre bollicine di tale qualità prodotte in zone così estreme, il che lo rende ancora più intrigante.

Il Blanc de Blancs di Arunda resta ad affinare sui propri lieviti addirittura 36 mesi dopo una lavorazione in barrique, che lo rende davvero cremoso.

Poi si prosegue con il primo dei cinque Chardonnay tradizionali e non ci spostiamo di molto: nemmeno 30 km, sempre in Alto Adige (oramai dovreste averlo capito che coi vini di questa regione per me è amore allo stato puro) dove fra tante etichette di qualità la scelta è caduta sul Lowengang 2008 della Tenuta di Alois Lageder, uno dei pionieri e dei personaggi di riferimento della viticoltura atesina. Siamo a Magrè, sopra il Lago di Caldaro, fra vigneti che si inerpicano fino quasi a 500 metri d’altezza. Un buon vino non nasce in cantina, ma nel vigneto, ama ripetere Alois Lageder  che proprio per tale motivo da diversi anni ha convertito in biodinamica tutta la propria agricoltura.

Il risultato è un vino chiara espressione di questo terroir, luogo unico e irripetibile nello scenario italiano. Nella degustazione  emergono interessanti note di frutta esotica come la papaya prima che il burro e la vaniglia facciano pensare anche alla tostatura del legno dove sicuramente questo vino è passato. In bocca una piacevole acidità è ben equilibrata da altrettanta morbidezza, conseguenza anche in questo caso di una fermentazione che avviene in legno così come gli 11 mesi di affinamento in barriques.

Secondo bicchiere, di spettacolare colore dorato che evoca immediatamente regioni calde. Forse un po’ meno intenso del precedente, ma assai intrigante: miele, sentori minerali, fiori d’acacia, torrone, torrefazione. In bocca sono il calore dell’alcol e la solita morbidezza a prevalere; quest’ultima non può di nuovo non farci pensare a una vinificazione in legno, che in effetti avviene fin dalla fermentazione per poi proseguire con un invecchiamento di ben 23 mesi in barriques nuove. Siamo in Abruzzo da Masciarelli, azienda di cui ho parlato di recente (vedi il Trebbiano e il risotto improvvisato) , uno dei produttori che ha portato alla ribalta questa regione in tutto il mondo col suo Montepulciano, ma che sa produrre straordinari vini anche dagli altri vitigni coltivati, fra cui questo Chardonnay Marina Cvetic, della selezionata linea dedicata alla compagna di vita che ora – dopo la prematura scomparsa del marito – continua a portare avanti il progetto insieme alla figlia Miriam Lee.

Talmente buono che per il pubblico in sala è stato il vino della serata, capace di mettere tutti d’accordo, senza nemmeno un giudizio di dubbio.

Non così è stato per il bicchiere numero tre, proveniente da Oltralpe e prodotto nientedimeno che da quel Domaines Leflaive che fa parte della ristretta cerchia dei produttori proprietari dei Grand Cru di Montrachet, la collinetta dei più grandi chardonnay al mondo. Prima  che urliate tutti all’eresia è opportuno precisare che lo Chardonnay Macon-Verzè 2008 che abbiamo proposto in realtà proviene dalla zona di Macon che sta una trentina di km. più a sud del paradiso terrestre sopra descritto: nel 2004 il famoso Domaine in questione decise di investire in questi 9 ettari in una zona completamente nuova per dar vita a un vino dallo straordinario rapporto qualità/prezzo, prodotto secondo lo stile dei grandi Montrachet, ma ovviamente molto più semplice.

Di colore paglierino vivace, piacevoli sentori agrumati, minerali tipici del territorio e poi una tostatura sicuramente meno marcata dei precedenti. In bocca l’acidità è evidente, le sensazioni complessive fanno pensare a un uso limitato del legno rispetto ai vini precedenti, che è davvero un paradosso visto che nella parte teorica avevamo per l’appunto specificato l’importanza del legno in Borgogna!

Un vino comunque che con qualche altro anno di affinamento potrà presentarsi sicuramente ancora più pronto.

Ma non c’è tempo per le riflessioni, perché è di scena il campione numero quattro, quello che spaccherà la platea. E quando un vino disorienta, crea discussione, per taluni è straordinario, mentre altri non lo capiscono, in genere è comunque un grande vino. Un po’ come certi film: meno li capisci, più ti viene da pensare a un grande regista che non ha voluto proporre una trama scontata.

Ecco quindi chi ha detto che proveniva dall’estero, chi ha evocato i Paesi del Nuovo Mondo, chi ha pensato invece a regioni dal clima caldo. Sì perché l’affascinante colore dorato e quei sentori terziari esasperati a ricordare smalti, solventi (sa di pagina di rivista patinata ha osato qualcuno) hanno sorpreso, ricordando persino vagamente il flor dello sherry. Spettacolare anche in bocca con grande morbidezza, persistenza infinita, finale amarognolo, ammandorlato. Sulla mia personale scheda è stato il vino della serata, così come per molti altri: ma tanti sono stati i pareri opposti, quasi da vino manicheista: o con me o contro di me, o bianco o nero.

Giù la maschera, era lo Chardonnay Giarone 2007, fermentato e affinato per 12 mesi in barrique nuove, prodotto nel Monferrato (!) da quell’Aldo Bertelli che i cinepanettoni li lascia girare ad altri: lui è fuori da qualsiasi schema e nel territorio forse più tradizionalista del vecchio Piemonte, quello della barbera, ha creato i capolavori d’autore, capaci di sorprendere, disorientare, lasciare esterefatti. Oltre allo Chardonnay si dice che anche il Sauvignon e  persino un Traminer seguono lo stesso stile, mentre la Barbera, da vecchie vigne,  ha bisogno di dieci anni (!) di affinamento prima di andare sul mercato.

Insomma, non si può negare che abbiamo fatto saltare gli schemi proponendo un produttore sui generis: così come non si può negare quanto in questo caso il legno ha condizionato in maniera pesante il vino, una scelta stilistica che può piacere o meno e che appunto ha diviso la platea.

Ma le sorprese non finiscono, perché alla bottiglia numero 5 qualcuno a voce più o meno alta si lascia scappare un Nord come zona di provenienza, forse per via di un colore paglierino e di una serie di caratteristiche che lasciano pensare al più classico degli Chardonnay: ananas, banana, gelsomino, burro fuso, vaniglia. Anche in bocca non sbaglia di nulla: elegante, sicuramente morbido, ma anche dotato di una bella sapidità e di una piacevole acidità che lo rendono il classico “perfettino”, il primo della classe con qualche brufoletto di troppo che non si farà mai trovare impreparato nemmeno di fronte a un’interrogazione a sorpresa.

Anche la vinificazione è la più classica che ci possiamo attendere, con fermentazione e successiva sosta di otto mesi in barrique, di cui il 70% nuove. Siamo in Sicilia (!), altro che Nord, e avevamo davanti lo Chardonnay 2009 di Tasca D’Almerita, uno dei più classici grandi esempi del Made in Italy di qualità.

Insomma, anche la terza serata dedicata ai vitigni nobili ha regalato emozioni e sorprese, con una proposta di vini che non aveva nulla da invidiare alle affermate (e molto costose …) serate di degustazione di cui spesso si legge in giro: sarà mica per questo che il numero dei curiosi che si avvicina a ogni nuova puntata continua a crescere?

Un’ultima riflessione, tanto oramai lunghi per lunghi ….  Avendo proposto nel corso della serata anche uno Chardonnay 2009 base, di un valido produttore veneto (Serafini & Vidotto, oramai entrato nell’orbita Eataly di Farinetti), apparso di una semplicità estrema, con sentori di frutta fresca e un po’ erbacei e una acidità più marcata, subito additato da tutta la sala col grido di “solo acciaio” senza alcun dubbio, diventa difficile negare che perlomeno nel caso di un vitigno neutro come lo Chardonnay, l’utilizzo marcato del legno ne determina in positivo le caratteristiche.

Con buona pace dei No Barrique a prescindere ….

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